Elogio di Patxi Puñal

Patxi meglio di Robben

Patxi Puñal è nato a Pamplona il 6 settembre 1975. Togliendo due anni al C.D. Leganés, squadra della cintura di Madrid (confinante con Alcorcon e Getafe, nomi di squadre famose per motivi diversi) ha giocato sempre con la maglia dell’Osasuna (era stato ceduto con probabile opzione di riacquisto dopo due anni, in Spagna è cosa comune). Non c’interessa sapere le trattative dell’epoca. E’ importante sapere di chi parliamo: è un genio del fútbol mundial. Come D10s? E’ un tipo diverso di genio. Patxi nel suo campo è un tuttofare. Il volante perfecto: quando c’è da mordere le caviglie, correre per recuperare il pallone e rilanciare l’azione è al primo posto (teniamo conto che l’Osasuna gioca con un 4-4-2 dove il lavoro di pressing degli attaccanti non è fondamentale come può essere nel calcio di Zemàn). Palla in mano è fantastico, sembra lento ma il pallone dai piedi non glielo tolgono. E’ elegantissimo, aspetta il movimento dell’avversario e se ne libera. Magari pensa un attimo e poi calibra il passaggio, quei due secondi che ha perso non sono un problema: il pallone è perfettamente sul piede dell’esterno che si è infilato sulla fascia alle spalle del terzino o pronto a superarlo prima di eseguire il cross.

Non avevo mai visto in vita mia l’Osasuna, spesso in TV. La prima volta che i miei occhi avevano incrociato quelli della formazione basca sono stati all’epoca di Javier Aguirre. In panchina con il Maestro messicano (nessuno mi ha ancora fatto cambiare idea: il suo Messico giocò il calcio migliore del Mondiale 2010) la squadra navarrana conquista un quarto posto e perde una drammatica finale di Copa del Rey contro il Betis Siviglia. Patxi a 30 anni, all’apice della carriera direbbe qualcuno. 5 anni dopo è sempre là, titolare e guida l’Osasuna verso obiettivi altrettanto importanti ma meno affascinanti agli occhi del pallonaro medio. Ieri sono stato a Desenzano, c’era Chievo-Osasuna. I clivensi schieravano la migliore formazione, uomo più uomo meno. L’Osasuna era infarcito di riserve e nuovi acquisti: solo Lobo e Patxi rappresentavano la “vecchia guardia titolare”. E’ finita 3-2, alcune affinità erano messe bene (Echaide-Jokin Esparza), altre da rivedere (Lobo-Ruben e Ibrahima-Nino) ma vedere Patxi con il suo 10 toccare il pallone e muoversi con innata eleganza, a 36 anni, fa effetto e piacere. Voglio proprio vedere Iniesta a quell’età. Patxi, te quiero e gracias. La foto e l’autografo le conserverò come il dono di un grande uomo. Un giorno verrò al Reyno, ad amare la tua maglia.

Patxi meglio dell'Erreala

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Carlo

Gli uomini scrivono la storia

E’ inevitabile: non possiamo permetterci di lasciar passare il tempo. Anche altri parleranno, controlleranno il calendario e spulceranno le cronache. Tutti ci chiederemo: dov’eravamo? E’ inevitabile ma vorrei tentare una mia strada, non voglio ridere. Leggo Robert Fisk e collego i suoi racconti di guerra ai nostri.

Eravamo in guerra: un popolo che scende in strada e combatte un esercito invasore, una milizia composta da giovani soldati alle prime armi mandati al piacere del macello. Molotov, sassi, bastoni e cassonetti sono armi di un’intifada. Di una resistenza, non di un gruppo eversivo. Era l’intifada dell’umanità contro 8 persone… 8 persone… che parlavano così:

solo la crescita dei più ricchi potrà consentire ai più povere di elevare il loro grado di sviluppo

Prima loro, poi tutti gli altri. E’ egoismo, questo si può evitare. Torniamo all’altro schieramento: poliziotti o carabinieri, appena usciti di corso (ne conosco uno ma ci sono anche altri esempi), come si fa da tempo immemore in guerra (i ragazzi del ’99, il reclutamento al Wal-Mart descritto da Micheal Moore, la Hitler-Jugend mandata a fare l’ultima difesa del Terzo Reich). Cosa puoi aspettarti da giovanotti, minorenni fino a ieri, passata da un giorno all’altro all’accoppiata motorino-culodellamorosa all’altra pistola-manganello? Cosa puoi aspettarti da gente addestrata con metodi antiquati? Addestrata secondo un solo metodo di “sicurezza urbana” conosciuto dalle f.d.o.? Anni e anni di repressione contro gli ultras erano l’unica risorsa dello stato. L’UNICA. In guerra non è valido il D.A.SPO., non ci sono obblighi di firma. Devi agire, reprimere, con un po’ di fortuna non lasci segni evidenti o spazi per le prove. Il pesce piccolo che sbaglia lo butti a mare, quello grosso un potere intelligente gli lascia tirare i remi in barca fin quando le acque non si calmano.

Contro la rabbia di un popolo, di tutti i popoli, i tuoi sistemi non funzionano. I capi, quelli che hanno occhio, lo capiscono: questa è una guerra, questi ce l’hanno con noi. Anzi, vorrebbero altri ma essendo noi preposti a proteggerli siamo destinati a morire. Anche il giovane lo capisce ma ci vuole la lucidità: a 20 anni è giusto non averla. Allora reagisci, in mille modi:

  • scappi
  • attacchi, ti adegui alla cattiveria
  • fai scappare
Fai scappare… ingrano la marcia e mi lancio contro di loro. Chi è così coglione da farsi uccidere da una macchina? Nessuno, quantomeno nessuno di quei presenti. Se fossero così avrebbero una cintura esplosiva. Come nell’Intifada. Gli imprevisti (e i manifestanti) sono dietro l’angolo: la strada è sbarrata, la macchina ti tradisce. Hai sempre la pistola, quella non sbaglia mai. Dove si spara? Me l’hanno anche detto ma non ci penso: prima vanno via queste zecche meglio è! Sono le 17:25 di un venerdì d’estate. Alle 17:25 di un venerdì d’estate molti uffici sono chiusi, altri stanno chiudendo. Qualcuno inizia le ferie, qualcun altro le finisce, altri si fanno il week-end al mare. Magari in Liguria, a 80-100 km da Genova. A 80-100 km dalla guerra. Un ragazzo cade a terra, gli altri si allontanano. “Parti, cazzo! Parti!”. C’è quello sotto di te, sotto le ruote, ma prima devi scappare. Magari senza che lo investissi sarebbe sopravvissuto. Ma chi prendo in giro? Gli hai sparato, alla tempia. Questo è un segno evidente, è colpa tua. “Non l’ho ucciso, non volevo. Avevo paura, ho sparato in aria, aveva l’estintore”. Game Over, il videogioco è finito. “Call of Duty” è nella tua cameretta.
Chi era quel ragazzo? Perché era lì? Nessuno si è posto queste domande, nessuno si è permesso di farle alla famiglia. Si dovrebbe presupporre che avesse un’anima, degli ideali per cui lottare. Le idee sono sempre giuste, le azioni no. Eppure entrambe le fanno gli uomini, com’è possibile? Uccidiamo, eleggiamo dittatori e coltiviamo misantropia. Eppure possiamo credere in un mondo migliore. Parliamo della stessa bestia? Sì, è la stessa. Sì, è l’uomo. Siamo noi. Indossava il passamontagna, gli uomini onesti non hanno bisogno d’indossarlo. Non hanno nulla da nascondere. Non lo si indossa quando si va dall’amante, potrebbe scambiarti per un ladro. Indossava il passamontagna, era uno. Attorno ce n’erano altri. Indossavano sciarpe, occhiali e caschi. Insieme diventavano tanti. Non avevano nomi: chi resiste non ha nome. Si considera la totalità, le individualità si rifugiano dietro nomi di battaglia. Raramente conosciamo i nomi dei partigiani, quelli riportati dalla carta d’identità. Spesso conosciamo i nomi dei partigiani, quelli riportati dalla battaglia. Sono lì perché 8 persone decidono per 6 miliardi. Scrivevano così sugli striscioni. Non è giusto, siamo come voi. Siamo meglio di voi, siamo di più. Veniamo a prendervi, a riprenderci quello che ogni giorno ci rubate. Loro alzano muri, creano zone off-limits. Mandano i loro soldati, sono come noi ma sono peggio. Hanno scelto la loro parte della barricata, quella sbagliata. Hanno 20 anni, sono come noi. Fino a ieri giocavano a pallone, scorazzavano in motorino e fissavano il sedere alle ragazze. Cosa li ha spinti a schierarsi con il carnefice? Sindrome di Stoccolma? Vil denaro? Sete di vendetta? Voglia di distruggere il potere dall’interno? A 20 anni non sei obbligato ad essere lucido o a rispondere a domande simili. Parte la carica, non voglio morire. Sono qui per i miei ideali. Nessuno che mi chiede quali.
Sparite le libertà, violenza e saccheggio arti gratuite. Ci vuole un lager, ogni guerra e dittatura ne ha. Ci rinchiudi chi capita, le prigioni vanno riempite. Più gente c’è più soffrono. Già che sei lì riempi le stanze di crudeltà, giusto perché sappiano dove sono. Ti devi divertire, sei stanco. Hai combattuto fino a poco prima, è un tuo diritto sfogarti. Quando eri bambino avevi la domenica mattina il calcio e le caramelle dopo il catechismo. Dopo una settimana di diligenza e compiti. La tua settimana di compiti si computa in manganellate, arresti e lacrimogeni. “Capo? Come sono andato? Bene? Grazie”, eccovi. Siete miei, anzi. Siete nostri. Dovevate stare a casa. La guerra non fa prigionieri, non dovrebbe. La guerra ha prigionieri: vengono barattati o uccisi, non si torturano. E’ importante averli vivi, sono merce di scambio. La guerra ha prigionieri: ci si diverte con loro. Una canzone è divertente, aiuta a rilassarsi…
Un due tre, viva Pinochet! Quattro cinque sei, morte agli ebrei! Sette otto nove, il negro non commuove!
Adesso ballate! Non vuoi? Balla! E giù botte. Il corpo rimbomba e urla, la testa perde sangue e il tempo. Sono qui per un motivo, domani forse sarò fuori. Dopodomani sarò ancora fuori… forse li odio di più. Sicuramente le mie idee e la mia rabbia hanno un perché. Forse la prossima volta sarò cattivo come loro, sicuramente non sarò più lo stesso.
Dieci anno dopo siamo tutti cambiati, non era inevitabile. Gli otto hanno deciso di allargare il circolo mantenendo il precedente statuto. I due fronti si sono ritirati, non si sono sciolti. Hanno cambiato posizione ma i metodi e la rabbia sono rimasti gli stessi. Segno che non tutte le cose sono costrette a mutare: è sempre la bestia che decide. Non ci sono miracoli: siamo artefici del nostro destino. L’intifada “contro i pochi che decidono per tutti” conquista altri scenari, magari più piccoli, ma nessuno ha rinunciato a combattere. Non ci sono più leader da questa parte, conta la collettività. Le persone indossano i caschi, i passamontagna, le bandane, le sciarpe. L’individuo porta avanti le idee. Dall’altra parte non ci sono più persone, è la geografia che va difesa. Le persone indossano i caschi, i manganelli, gli scudi. L’individuo non conta: a 20 anni non sai come funziona. Ancora. Puoi scegliere: recitare la parte del carabiniere terrone che va al Nord perché oltre il mare non c’è niente. Gli altri ruoli sono sempre da comprimari, conta la collettività: la compagnia teatrale. Il copione? Sta andando al macero. Dieci anni, quante cose sono avvenute. Come si fa a non cambiare? Come si fa a cambiare? Sognare non costa, lottare per i sogni sì. Le parole sono finite, “Call of Duty” esce dalla PlayStation. Qualcuno apre la porta, una mano ci prende. E’ il Risiko, puoi scegliere: piccolo carro armato o mano che li spinge. Tattica aggressiva a tre dadi o difensiva a uno. Tanto è solo un gioco… forse.

in breve

la panza da birra

Touché

Dove si può imparare il catalano? Imita anche Cialtrinho e il Papa

Ti stimo, Toni

Tributo a Poncharello

Figlia degli anni '80

La felicità non ha prezzo, è un figo.

Voglio quegli occhiali

Devo tornare alla Palazzina

Leggi la maglietta

108 sempre con noi

Viva T-Blanc

Fu un Tour speciale, il miglior avversario al Tour della carriera di Armstrong. Quantomeno l’unico che ci aveva provato (togliendo il capolavoro di Pantani a Courchevel). Dopo una tappa folle e una fuga spettacolare ieri T-Blanc è tornato in giallo. Mi ha fatto felice ed ha compensato la tristezza per la caduta di Vinokurov e quelle di Hoogerland (nonostante tutto ha vinto la maglia a pois, ritirandola in lacrime) e Flecha (grandissimo, altro attaccante nato come Voeckler). Probabilmente non sarà spettacolare il percorso (le tappe migliori sono quelle che arrivano a Plateau de Beille e la Pinerolo-Galibier, con Colle dell’Agnello e Izoard nel mezzo.  Nel mezzo tante tappe interlocutorie per attaccanti) però in quanto a rispetto per i ciclisti hanno da imparare molto da noi. Credo che della poesia del ciclismo debba rimanere questo: la passione di personaggi come T-Blanc ed il rispetto nonostante tutto. I trionfi e le lotte per le classiche c’interessano poco (nel mio cuore c’è ancora l’impresa di Sastre all’Alpe d’Huez) ma credo che nell’immagine di sopra ci sia il senso del mio spirito di spettatore sportivo: quel momento in cui il gregario o il guerriero supera il campione è l’unico che mi rende felice. Gli unici geni, restano fuori, a fare da colonna sonora al tutto…

We start to move. And we break the glass

7 ottobre (parte seconda)

Non sottilizziamo sul quando, il 7 ottobre sono avvenute tante cose (sempre guardando in Rete ne ho scoperte altre). Due eventi avevano attratto la mia attenzione

  • la Battaglia di Lepanto
  • la nascita della DDR
Dell’Impero Ottomano abbiamo parlato. Andiamo indietro di 62 anni, quasi. (E’ l’8 Luglio, mi preme ricordarlo). Cos’è stata la DDR? La torre del comunismo? La nazione più dopata della storia? La regina dei tranelli?

Ipazia e l'ultimo tamarro James Bond

In un’epoca in cui torna affascinante lo spionaggio la Stasi la lasciamo da parte. Concentriamoci sul comunismo e sullo sport.
Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo
Così parlava Berluska. Ha portato terrore e morte, per carità, ma non è il risultato del comunismo: sono le conseguenze dei regimi. Tutti, pure la tanto decantata democrazia. Le idee non sono giuste o sbagliate di per sé o quantomeno il discorso è soggettivo, sono sicuro che pensare non uccide nessuno (o quantomeno non dovrebbe). Il pensiero va sempre conosciuto ed analizzato, soprattutto quando non collima con il nostro (leggetevi il programma del Sansepolcrismo, pensando a chi l’ha redatto…).  Nella Germania Est non ci sono stati i carri armati, non c’era da combattere guerre o entrare in particolari discorsi di geopolitica. Non a caso la mentalità pragmatica dei tedeschi si è unita allo spirito dittatoriale della nomenklatura formando da parte un servizio segreto perfetto, dall’altro un popolo che andava avanti nonostante le difficoltà e le ristrettezze. Nel momento in cui non aveva più senso quella forma politica ne hanno ricreata un’altra, senza colpo ferire in una maniera quasi commuovente.
Gaber, in “Qualcuno era comunista” ha scritto un testo bellissimo. Molte frasi sono divertenti, qualcuna un po’ più amara e poi ha tirato le somme raccontando cosa pensava davvero. Ci ha spiegato che i comunisti credevano in qualcosa di diverso, avevano un’idea migliore del mondo (“Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.”). Ho scritto di recente, e continuo a pensarlo, che l’esistenza di persone desiderose di maggiore giustizia e uguaglianza merita sempre rispetto. Anche nella DDR c’erano persone così, che nel comunismo hanno creduto davvero, come si vede in “Goodbye Lenin”, e vederle sfruttate dal regime lo ritengo un crimine contro l’umanità. In Italia è stato negato il diritto di essere comunisti ma non il diritto della nomenklatura: conta il partito, lo schema, ma non le idee. La gente, la sua capacità di giudizio è messa da parte. Non conta.
Lo sport è sempre stata una componente chiave delle dittature, il doping di stato della DDR è leggendario. C’è un paese che vive un’accusa simile: la Spagna. E’ vero, i cugini spagnoli non avevano raccolto molti successi (a livello sportivo era una buona scuola ma mancava la propensione a vincere). E’ vero, i successi di determinati atleti (Nadal su tutti) non sembrano determinati da chissà quali doti qualitative a vantaggio di un potere fisico straripante. Certamente ci sono atleti che vincono con il doping, non sappiamo chi, ma è anche possibile che sia nata una propensione diversa. Lo sport, da sempre, rappresenta una vetrina e puntarci vuol dire molto, coscienti che il ritorno in termini di popolarità può essere molto forte. Questo è il problema, almeno da noi: manca lo spirito competitivo, quella mentalità secondo cui lo sport aveva un valore. Valore, non è necessario il successo. Non a caso l’unico sport in cui la Spagna non sta raccogliendo risultati è il Rugby ma non per questo smettono di giocare con la palla ovale. Come me, del resto.

Nel cerchio Javier Bardem

¡España campeón, Zapatero dimisión, pulpo presidente!

Le lesbiche sono zoccole che si sono scocciate del loro status. I gay sono lesbiche che si sono scocciate del loro status.

Qualcuno si sorprende che ho speso 230 Euro in vestiti, cosa devo fare? Purtroppo le cose utili, le birre, non le posso più comprare.

Sono frasi del sottoscritto, di questi giorni. Giorni di saldi, di concerti, forse perfino d’amore. Quantomeno bisogna innamorarsi di quello che si scrive, dei personaggi che si creano o ci coinvolgono. One year ago… Tossa de Mar.

Ricordo le bevute, le donne, gli encierro in diretta alle 8 di mattina e la finale mondiale. Conservo ancora la prima pagina del “Mundo Deportivo” di quel giorno (“Marca” era introvabile). E’ bello ricordarlo così (alcune in diretta, altre no)

Niente di meglio di una birra

Lo voglio al mio matrimonio

Più amata del gol, vuol dire molto

Il titolo? In molti cantavano così.