tifiamo umanità

Voglio essere breve, ci sarebbe molto da dire sotto quest’aspetto (a proposito, a breve post su E.T.A.) ma voglio essere breve. Stiamo attenti al concetto di gerarchia, di rivolta e di espressione.

L’umanità non necessita di grandi strutture, di ramificazioni del potere: i quadri non servono ad un cazzo! Basta un organizzatore, non un comandante. Qualcuno capace d’indirizzare nei compiti un gruppo di persone, volenterose e devote al lavoro. Un gioco di squadra in nome della collettività. Nella burocrazia, nella disamina esteriore si troveranno dei metodi di autogoverno. Tutti siamo utili e tutti possiamo avere un ruolo: basta saper sfruttare le pieghe che un potere inetto ha posto per fare sfoggio della propria diversità e libertà. Sfruttare questi buchi non vuol dire essere disonesti, finché non si attacca la possibilità degli altri d’entrarvi. Pensateci: fare uno sforzo in più in nome di qualcun altro in sé non è servilismo nel momento in cui si condivide il privilegio ottenuto con gli altri. Nel momento in cui si ricicla per ottenere favori non dovuti lo diventa. Anche per questo siamo diventati un’umanità disperata: perché abbiamo rinunciato a compiere piccole cose, convinti che solo da protagonisti si possa fare qualcosa. Cambiare una persona significa cambiare il mondo perché è fatto anche di quel singolo, soprattutto di quel singolo. Sono i dettagli che ci fregano.

P.S. Letizia Askatuta! In attesa del Manifesto…

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l’etica zemaniana e lo spirito del calcio

Lunedì 17 Ottobre 2011, Stadio Rigamonti: Brescia-Pescara

Parcheggio riservato dentro lo stadio, ingresso utilizzando il biglietto di un altro, nessun controllo dei documenti e perquisizione, ingresso dalla mix-zone, tribuna centrale e buffet con the caldo incorporato. Tutto gratis. Così potrei descrivere la mia partita di Lunedì. Bella pacchia, direte voi, ma c’è molto altro. Mi chiedo: sarà così il calcio di domani? Saranno così gli stadi di domani? I bambini, quando entreranno allo stadio, si troveranno il cameriere con il vassoio dei dolcetti, un buffet dove puoi farti servire un bicchiere di Coca-Cola o un caffè. Spesso circondati da una pletora di persone: distinti quadri della città, uomini ingellati e palestrati che portano ragazze ben truccate e dai culi sodi per fare bella figura, dirigenti vari. Sia chiaro, non sono cattive persone ma esprimono un perbenismo che mi fa paura. Anche perché è tutta gente che il biglietto non l’ha mai pagato. A 15, 20 metri da queste scene troviamo la curva, il luogo del popolo e dei suoi impulsi. Traboccante di gente e di tifo. Con fumogeni sotto i piedi, aste per le mani e bandieroni sotto di loro. E’ il calcio della gente, come lo intende la gente, com’è sempre stato. Bello ma scomodo. E’ tutto lì il problema, almeno per una generazione come la mia cresciuta nella comodità assoluta. Il benessere non corrisponde minimamente al piacere. Dobbiamo tornare ad apprezzare le cose, soprattutto quelle cose che non ci piacciono: è troppo facile cercare solamente il piacevole. Prima o poi tutti affronteremo cose noiose ma estremamente utili, lì dovremmo impegnarci e dare un senso alle cose. Apprezzare tutta quella lista all’inizio è molto facile: si può fare una volta, due. Quando confondiamo lo stadio con il teatro, quando per una volta vogliamo approfittare del lusso di altri. Non può sempre andare così, il prezzo sarebbe altissimo: perdere il senso della fatica, il valore delle cose. Il foot-ball non è come il teatro: è ben di più. Chiunque ne è cosciente, mi chiedo come a certa gente non venga il magone. Soprattutto quando hai 20 anni, grandi energie da spendere verso la tua squadra del cuore. Anche a 35-40 bisogna andare in curva, non dico che le forze sono uguali ma c’è da insegnare: al ventenne vicino di posto e al bambino sottobraccio. Anche tuo figlio deve imparare a scoprire le tue stesse emozioni.

Certo, il foot-ball (come qualunque sport) è spettacolo ma anche su questo bisogna fare attenzione. Sto imparando, non vi dirò come (per ora), che l’uomo è un animale poetico: insegue poesia. Ha bisogno di emozioni, sotto quest’aspetto essere pantagruelici è quasi un vantaggio. Vedere e basta non c’interessa più, ci servono sensazioni sottintese nella poesia. Anche un campo di calcio può contenere poesia. Vivere secondo poesia vuol dire rinunciare alla gloria derivante dal denaro, dal successo e dalle esaltazioni collettive. Vuol dire scegliere una vita di dono, sacrificarsi per la gente e trovare nei loro occhi la felicità. La gioia di uno vale quella di tutti. E’ quello che ho visto Lunedì: il calcio di Zemàn. E’ fatto per la gente, si devono divertire e tornare a casa con qualcosa. E’ il pubblico il tuo referente. Il calcio inteso come ludos e come logos. I giocatori vanno da Zemàn, non a caso soprannominato Maestro, per imparare come si gioca. Conoscere ed applicare. Oggi con gli stessi metodi di 20 anni fa: la linea di difesa posizionata appena prima del centrocampo, il portiere posto a custodia tra la difesa e l’area di rigore come libero aggiunto, il fuorigioco ossessivo, il pressing, triangolazioni, sovrapposizioni e movimenti compulsivi dei terzini. Arrivare al sabato (o alla domenica) per divertirsi dopo una settimana di sofferenza, come una fabbrica: gesti ripetitivi compiuti continuamente, lavoro fisico ossessivo, sacco di sabbia dopo sacco di sabbia. I gradoni sono l’immagine per eccellenza di questa poetica. Il divertimento è tale, prendendosi dei rischi: come lo facciamo da bambini, con il piacere dell’incoscienza. Questo con un’etica, perché non sono importanti gli altri: bisogna sempre guardarsi dentro di sé e fare bene le proprie cose. Certo, può capitare di non essere premiato, di vedere qualcun altro più furbo di te passarti davanti e prendersi meriti che non hanno. Certo, può capitare ma non è sempre così. Quantomeno nelle società giuste. Le società malate (quella italiana lo è) la si cura così: attraverso l’onestà del lavoro.

Zemàn o Martin Lutero?

Lunedì abbiamo visto il Pescara vincere, abbiamo applaudito il Pescara. A casa abbiamo riflettuto? Oppure abbiamo fatto la nostra comparsata in società? Abbiamo ragionato non tanto sul foot-ball in sé ma sui valori che ci sono dietro? La lezione di Zemàn, il suo calcio e i suoi metodi, si possono applicare nella vita. Tranquillamente. Se ragionassimo come lui saremmo persone migliori e forse avremmo meno paura di non essere “belli e vincenti”. Ci accetteremmo di più ma soprattutto sapremo accettare quei momenti in cui la vita ci sputa in faccia.

Zemàn o Max Weber?

in attesa di Stefania

Il titolo è ragione di pretesto, ero in attesa di Stefania. Veramente, quantomeno oggi. Sia chiaro, non la conoscevo prima e probabilmente non la vedrò mai più. Cos’è accaduto? Ho occupato il tempo aggirandomi per la Feltrinelli, dove ho fatto la cosa più sensata: guardare i dischi. Lasciando stare i cofanetti (tutta la discografia degli Smiths in CD a 40 Euro, in vinile a 200) tra uno scaffale e l’altro sono comparse tre cose meravigliose che non ho comprato ma le troverò ancora negli scaffali:

  1. Zarathustra – Museo Rosenbach. Una copia in CD, non comprarla per chi conosce la materia potrebbe essere eresia pura ma è un periodo che le cose importanti sanno aspettarmi. Ergo, aspetterò qualche giorno. Non è un dischetto, siamo nel 1973. Un capolavoro assoluto. L’apice del prog italiano? Tra gli apici del prog europeo? Andrebbe posseduto per legge da chiunque predica passione per la musica. Vi sta sui coglioni il progressive? Dovreste averlo comunque.
  2. London 0 Hull 4 – The Housemartins. Ristampa per i 25 anni di uscita, questo è pop-rock ma bellissimo. Di classe, di poesia. Ti fa amare molto la musica, Hull (le cose migliori vengono dai brutti posti) e ti fa ricordare che il vero guitar-hero è Johnny Marr.
  3. Platinum Collection – Alice. Non ricordavo fosse uscito anche il suo, quantomeno non credevo esistesse. Alice è meravigliosa, in tutti i sensi. Non c’era niente che la facesse cadere nell’oblio dell’ignoranza collettiva, eppure è stata condannata anche lei. Suona, gira ancora e avrebbe ancora cosa da dire ma mancano i palcoscenici. La canzone italiana, è bene ricordarselo, è cosa da donne (la compianta Giuni Russo, Mimì, Patty Pravo, Lalli). C’è tutto il meglio, dagli inizi all’era-Camisasca.
Concludo rimanendo sempre su Alice, sempre sul genere femminile che in questo periodo mi coinvolge emotivamente di più. Ci poniamo molte domande, maschi ingenui ed innamorati, ma è meglio chiederle e guardarle in faccia. Hanno sempre da dire molto più di noi.

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Sono accadute tante cose, soprattutto su due ci vorranno lacrime ed inchiostro. Non voglio bruciarmi ma in questo posto siamo alla ricerca dell’autoironia (e di liberare Letizia Ortiz, non scordiamocelo), quindi vi do un consiglio. Non lesinare banali insulti, arrabbiarsi è un momento importante della giornata. Non fare il dito medio a casaccio: manda affanculo come Sara Carbonero!