Una pizzetta prima di tornare a casa

1. Cos’è successo?

Martedì scorso a Brescia sono stati uccisi, dentro il loro negozio, Francesco Serramondi e sua moglie Giovanna. Due persone, con i caschi integrali addosso, sono entrati dentro al negozio quando stava chiudendo, hanno sparato 4 colpi di fucile e poi sono andati via. Le modalità sono state spietate e ricordano quelle di un’esecuzione. Inizialmente è stata un’espressione usata da una parte della stampa e poi è stata ripresa dagli inquirenti, con le parole esplicite del Procuratore Dell’Osso. Prima di continuare è necessaria una piccola digressione per definire il contesto della vicenda.

I coniugi Serramondi gestivano un negozio di “dolce e salato”, che produceva dunque brioche e pizze. Tuttavia aveva una particolarità: era aperto la notte. Sono stati i primi a Brescia ad avere quest’intuizione e in cinquant’anni di attività si erano espansi, aprendo due negozi e creando un marchio (infatti si chiamava “Da Frank”). Negli anni è diventato uno dei luoghi simboli della notte bresciana. Era frequentato da tantissima gente, senza distinzione di sesso, età, nazionalità o ceto economico. Sconosciuti e famosi, in un’intervista Frank ha ricordato tra gli altri i Timoria (Omar Pedrini e Francesco Renga) e molti giocatori del Brescia Calcio. Insomma, un luogo quasi simbolico che è nel cuore di tanta gente. Frank aveva due negozi: uno dei due è a San Polo, nella periferia est della città nei pressi della Discoteca Paradiso; l’altro (dove lavorava Frank e la moglie) è alla Mandolossa. La Mandolossa è una zona all’estrema periferia ovest della città, al confine con tre comuni dell’hinterland (Roncadelle, Gussago e Castegnato. In quest’ultimo vivevano i coniugi Serramondi). E’ una zona della città dov’è presente una forte marginalità sociale, è storicamente associata alla prostituzione (in calo rispetto a qualche anno fa) e allo spaccio di stupefacenti. In particolare destava preoccupazione quest’ultima. Diverse testimonianze parlano di un’attività decisa, ai limiti dell’aggressivo, nelle quali gli spacciatori arrivano a “molestare” i frequentatori del negozio di Frank. A me personalmente non è mai capitato, ho visto magari del trambusto ma in punti più isolati della zona, ma conosco persone a cui è successo. Comunque era un disagio che Frank aveva manifestato alle f.d.o., con alcune denunce verso ignoti (è stato specificato dagli inquirenti) al fine di mettere un freno a questa situazione.

La stampa, soprattutto quella nazionale, nei due giorni successivi all’omicidio, ha associato l’omicidio alle denunce contro lo spaccio. Ciò ha scatenato un’ondata di rabbia e indignazione che si è rivolta in particolare contro gli immigrati. Coloro che porterebbero “droga, degrado e criminalità”. Su questo però tornerò. Gli inquirenti, in verità, sono sempre stati più cauti. Infatti hanno smontato quest’associazione cercando invece d’indagare a tutto campo, raccogliendo quanti più elementi possibili ed escludendo ufficialmente soltanto il movente della rapina finita male. Hanno espresso perplessità sul legame con le denunce di spaccio. Le indagini si sono rivolte sulle società riconducibili alla famiglia Serramondi e ad un episodio, successo nel recente passato. Un dipendente albanese di Frank, mentre si recava al lavoro, è stato avvicinato da alcune persone e colpito con dei colpi di pistola. Fu ferito in diverse parti del corpo, all’epoca non diede elementi utili per ricostruire la vicenda. Alla luce di quanto successo quest’altro episodio potrebbe trattarsi di un avvertimento, un preambolo. Questi ultimi elementi, insieme alle modalità dell’omicidio, hanno fatto sorgere il dubbio che dietro quest’omicidio ci possa essere la criminalità organizzata. Dunque un atto mafioso. C’è da dire che sono insinuazioni sorte nell’opinione pubblica e poi “deflagrate” sui lettori.

2. “Brescia ai Bresciani”: piccola cronistoria.

L’ondata d’indignazione è stata raccolta, quasi immediatamente, da una pagina su Facebook intitolata “Brescia ai Bresciani” la quale ha indetto, per la sera del 13 Agosto, un presidio davanti al negozio. L’iniziativa inizialmente viene supportata dal figlio delle vittime, Marco Serramondi, attraverso il suo profilo Facebook e poi, sempre sui social, cambia idea perché “non vuole strumentalizzazioni”. Lo slogan è “Basta degrado, riprendiamoci la nostra città”. La domanda sorga spontanea: chi sono e da dove vengono fuori? Non è la prima volta che si fanno notare. Il primo evento pubblico in cui compare questa sigla risale a qualche mese fa. Siamo nei giorni della protesta per i permessi di soggiorno non dati agli immigrati. Questione che era salita alla ribalta nazionale e aveva creato momenti di forte tensione tra le forze dell’ordine il Centro Sociale Magazzino 47. Tramite l’associazione “Diritti per tutti” si voleva sollevare il problema dei rigetti che molti stranieri, presenti sul territorio bresciano, avevano ricevuto in merito alla sanatoria del 2012. Furono giorni tesi in cui più volte si verificarono situazioni di confronto e scontro, anche solo verbale. Il 28 Marzo il gruppo “Brescia ai Bresciani” organizzò un corteo che si concluse in scontri con la polizia. Il focus di quell’iniziativa era “Centri sociali, associazioni e sindacati di immigrati: non permettiamo che questi individui violenti mettano a ferro e fuoco ancora una volta la nostra amata città!“. In un altro post quest’iniziativa viene associata alle Dieci Giornate, famoso episodio del Risorgimento.

Brescia ai Bresciani, 26/3/2015

Sull’immaginario c’è molto da dire e tratterò l’argomento a parte. Dopo questa prima iniziativa ne viene organizzata un’altra, in data 18 Aprile, che poi viene annullata a causa di un mancato accordo con la Questura. Nel comunicato in cui danno conto di questa decisione mettono in chiaro quali sono i loro intenti. Sottolineo alcuni passaggi, sono testuali:

non vogliamo passare per un gruppo di esagitati che si ritrova solamente per creare tensione, quando l’intento è all’opposto quello di animare, salvaguardare e difendere la città in cui viviamo e in cui volgiamo (dovrebbe trattarsi di un refuso n.d.a.) che crescano i nostri figli.

Vigileremo e lavoreremo quindi per dare la possibilità ai Bresciani che non si arrendono di scendere in piazza uniti e convinti al primo affronto che si troverà a subire la nostra città; passiamo inoltre per l’ultima volta la palla alle istituzioni competenti, affinché decidano una volta per tutte se tenere la parte di chi sta strangolando la nostra gente, oppure lasciare il campo a chi la difende

Visto poi il silenzio di questi mesi, fino ad ora, è lecito supporre che il delitto dei coniugi Serramondi sia l’affronto di cui parlavano. “Brescia ai bresciani” nasce prima come persona e poi come pagina che, al momento, ha più di 5000 “mi piace” su Facebook. Questi sono i dati. Più importanti invece sono i contenuti.

3. Apartitici e trasversali. Prima parte.

Nei loro comunicati e in occasione delle loro iniziative ribadiscono di essere “apartitici e trasversali” e di diffidare della stampa, alla quale inviano delle rettifiche, che definisce le loro iniziative organizzate da Forza Nuova. Ufficialmente loro dicono di non portare bandiere politiche ma soltanto il tricolore e le bandiere della città (sono delle bandiere in cui c’è disegnata una leonessa, simbolo della città, stilizzata) e non ci sono indicazioni esplicite rivolte al gruppo di estrema destra. Tuttavia si notano cose interessanti. In primo luogo può essere utile un raffronto tra il blog di Forza Nuova Brescia e la pagina “Brescia ai Bresciani”. Si nota che le iniziative dell’uno rimbalzano sull’altro e trovano supporto. Un esempio è il rimando al presidio di Forza Nuova svoltosi in questi giorni a Trenzano, piccolo comune della bassa, nel quale la vicenda di uno sfratto di una famiglia marocchina ha provocato momenti di tensione.

presidio forza nuova trenzano

Viene coinvolto anche il sindaco del paese, Andrea Bianchi, vicino a Forza Nuova e fortemente impegnato nella battaglia contro l’immigrazione. Quest’ultimo finisce segnalato dalla Questura in quanto, in un post sulla sua bacheca di Facebook, adotta l’hashtag #statodimerda (peraltro associato ad un altro, #antifascisti). Al contrario invece si segnala come Forza Nuova, sul suo blog, prima promuove il corteo, già citato, del 28 Marzo. Lo fa con un post e parole molto precise:

Diamo un segnale forte e deciso partecipando come cittadini bresciani, portando bandiere tricolori e di Brescia, contro le violenze dei centri sociali e le pretese degli immigrati, in quella che è e deve restare la nostra città! Sull’evento seguiranno info sul ritrovo. ‪#‎RIPRENDIAMOCIBRESCIA‬

e successivamente presenta un comunicato in cui aderisce all’iniziativa. Colpisce anche un altro post, datato 20 giugno, in cui replicano ai provvedimenti delle f.d.o. dopo gli scontri del 28 Marzo. Colpisce soprattutto una frase: “Gli 11 fascicoli aperti riguardano alcuni militanti di Forza Nuova e organizzatori del presidio […]“. La frase non è chiara e si presta a due interpretazioni:

1) i fascicoli aperti riguardano alcuni militanti di Forza Nuova e ad altre persone, organizzatori del presidio;
2) i fascicoli aperti riguardano alcuni militanti di Forza Nuova che hanno organizzato il presidio.
Fosse valida la seconda ipotesi sarebbe quasi provata l’equazione “Brescia ai Bresciani”=Forza Nuova. Fosse valida la prima ipotesi il ragionamento sarebbe leggermente diverso. A che titolo Forza Nuova difende persone che non ne fanno parte? Probabilmente vicinanza ideologica, visto che hanno condiviso piazza e motivazioni. Quel che è certo è che “Brescia ai Bresciani” condivide questo commento e lo fa proprio, senza filtrarlo.
Restando a Facebook si trovano decine di locandine, comunicati e iniziative di Forza Nuova condivise sulla bacheca di “Brescia ai Bresciani”. C’è da dire che non vengono condivise tutte, soltanto quelle che hanno come tema centrale gli stranieri e l’immigrazione. Non troveremo mai scritto “siamo una piattaforma di Forza Nuova” ma certamente le iniziative a firma dell’uno vengono nello stesso lasso di tempo sostenute dall’altro. Fossero un diagramma di Eulero-Venn, la raffigurazione grafica degli insiemi, avremmo due cerchi con una buona porzione in comune. Sarebbe possibile anche aggiungere un terzo “cerchio”, quello di “Brescia Identitaria” (alcuni ragazzi al corteo di giovedì scorso avevano magliette di questo gruppo). E’ un’associazione che promuove alcune occasioni di dibattito e confronto, ad esempio nel gennaio scorso è stata organizzata una conferenza alla presenza di Gabriele Adinolfi (fondatore di Terza Posizione e figura di riferimento nella galassia dell’estrema destra) e di un uomo legato ad Alba Dorata. Alcune iniziative di “Brescia Identitaria”, a livello social e di blog, vengono amplificate da Forza Nuova, “Brescia ai Bresciani” (con il “mi piace”) e Lotta Studentesca Brescia, organo giovanile di Forza Nuova.
lotta studentesca 22:1
Si ripete lo schema di prima: ufficialmente tutte queste piattaforme sono separate tra di loro ma le triangolazioni, le parole usate, il supporto social dimostrano come abbiano molto in comune e l’essere “apartitici” è soltanto apparente. Inoltre è possibile notare che abbiano in comune molti dei partecipanti. Infatti chi troviamo in prima linea nelle iniziative di “Brescia ai Bresciani” sono poi attivi nelle altre organizzazioni citate.
4. Apartitici e trasversali. Seconda parte.
Stanno festeggiando la guerra. Non stanno commemorando, cioè ricordando insieme, un evento storico con tutte le sue lacerazioni per capire meglio com’è potuto succedere. No, si sta ripetendo a distanza di cent’anni più o meno la stessa retorica patriottarda che servì a giustificare una carneficina (Wu Ming 1)

La prima parte ha riguardato il lato “apartitico” di “Brescia ai Bresciani”. La seconda parte riguarda la trasversalità. Per capirla bisogna scavare nel modo di concepire la società e nell’immaginario evocato all’interno della pagina. Nel primo caso porto un esempio legato alla Prima Guerra Mondiale. In queste settimane è uscito, scritto da Wu Ming 1, il consigliato “Cent’anni a Nord Est”. La frase citata è presa da una recente presentazione del libro, svoltasi a Trieste. Alcuni elementi citati nel libro, come la retorica della guerra e l’esaltazione di figure come quella di Vladimir Putin, sono riscontrabili tra i post condivisi da “Brescia ai Bresciani”. Partiamo dalla guerra:

Prima Guerra Mussolini
La foto si riferisce ad un post pubblicato il 24 Maggio, nell’anniversario dell’entrata in guerra. Ciò che colpisce è la citazione usata. E cioè l’editoriale di Benito Mussolini, uscito sul “Il Popolo d’Italia” di cui era fondatore e direttore. Non certo una scelta felice per chi si definisce trasversale. Non è solo esaltazione di un conflitto nel quale è stato difeso il “suolo patrio” contro il “barbaro invasore” ma è la guerra, vista come sacrificio necessario per rendere migliore il mondo, ad essere celebrata:
La guerra "sorregge" il mondo
Un paesaggio bello, suggestivo, da cartolina, sorretto da soldati. Chi armato, chi semplicemente nell’atto di tenere in piedi il mondo, chi morto. E sotto un lago di sangue. Un’immagine dal forte valore simbolico, nella quale si dice che ciò di cui godiamo tutti i giorni si regge sulla guerra, sul sangue dei morti. Riguardo alla figura di Putin presento questo post, un piccolo esempio.
Bel Vladimir
Qui siamo ad una visione, sociale, condivisibile o meno. La citazione di Mussolini invece apre alla strada all’aspetto decisivo: quale concezione della storia e della società c’è dietro? In tal senso ci aiuta il libro di uno storico della Casa della Memoria di Brescia, Francesco Germinario. In “Tradizione Mito Storia” (Carocci editore) analizza la “cultura di destra” ed i suoi teorici. Germinario nel suo volume ci spiega che nella destra radicale italiana esiste un rifiuto a “lasciarsi collocare lungo la divisione assiale destra-sinistra” (aspetto fortemente presente nella politica di oggi, non solo negli ambienti neofascisti). Rifiuto che si lega al rapporto tra Tradizione e Storia, in questo caso intesi con la maiuscola. Tra i due esiste un conflitto che, secondo Germinario, si colloca dopo il 1945 e quindi con la sconfitta del nazi-fascismo. In quel momento il divenire storico diventa qualcosa di problematico, da rifiutare perché mutevole e conflittuale (“il radicalismo di destra aveva ereditato dei regimi totalitari di riferimento l’orrore della contrapposizione […] in nome di un’idea di società in cui conflitti, contrapposizioni e divisioni erano banditi, perché reputati dannosi per il buon funzionamento di tutto il sistema sociale”), in favore della Tradizione, un concetto metastorico. Dunque fuori dal tempo, “luogo metastorico della fermezza dei principi a fronte della perenne mutabilità della storia”. Il principale teorizzatore di quest’idea fu Julius Evola, intellettuale e figura di riferimento di certo neofascismo italiano (interessante notare che nel dicembre scorso “Brescia Identitaria” gli ha dedicato un convegno). Per capire Evola, le sue idee ed il suo rifiuto della storia, bisogna passare ad un altro autore, Furio Jesi. Egli, in “Cultura di destra”, oltre a criticare Evola offre una definizione della cultura di destra:
la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola
Il collegamento è presto fatto. Nella cultura di destra, come la intende Jesi, i simboli sono slegati dal divenire storico (il “simbolo riposante in se stesso” di Bachofen o le “idee senza parole” di Spengler) e quindi le possibili associazioni possono essere infinite. Nella pagina di “Brescia ai Bresciani” troviamo tutti gli elementi della “cultura di destra” come la intende Jesi. La religione della morte (vedi sopra, esaltazione della guerra), la storia “pappa omogeneizzata” modellata nel modo più utile e i valori indicati da parole con l’iniziale maiuscola. In questo caso la “Brescianità”.
Bigio Bresciano Nuovo
5. Il corteo di giovedì. Una testimonianza diretta
Eccomi a giovedì sera. Quando arrivo davanti al negozio di Frank della Mandolossa il piazzale è semivuoto, sono le 20:30. Le poche persone che ci sono aspettano l’inizio, restando a distanza, oppure si fermano davanti alla vetrina e osservano in silenzio. Nel frattempo la troupe di SkyTG24 va in diretta e spiega cosa succederà di lì a poco. Nel giro di pochi minuti il piazzale si popola di persone. Nel frattempo le TV cominciano ad andare “a caccia” di persone, di testimonianze ed opinioni. Riesco ad ascoltare l’intervista di una signora, sulla sessantina. Si lascia intervistare volentieri, con altre persone i giornalisti faranno molta più fatica. Alle telecamere di Sky dice di abitare nella zona. Racconta i disagi di cui vive, la presenza di prostituzione e spaccio. Usa parole molto forti, dice che non si può vivere “per colpa loro”. E poi si sfoga:
Noi ci facciamo un culo così, ci spezziamo la schiena e poi arrivano questi che fanno quello che vogliono. Non è possibile! Renzi deve andare a casa, lui e la sua ciurmaglia. Non l’ha votato nessuno qua!
C’è rabbia e frustazione in quanto dice. Lì per lì lo vivo come un momento estemporaneo. Dopo pochi minuti si comincia. Compaiono tricolori, bandiere con una leonessa stilizzata (“le bandiere di Brescia”) e tre striscioni:
Brescia ai bresciani. Italia agli italiani
Basta degrado. Riprendiamoci Brescia
Droga degrado criminalità stanno distruggendo la città
Nell’ultimo le parole “degrado” e “città” sono riportate in rosso. Una parte del pubblico presente applaude, il resto resta a guardare. Poi ci si pone tutti davanti al negozio di Frank. C’è un momento di raccoglimento ed un lungo applauso. A quel punto comincia il corteo. Gli organizzatori cercano di organizzarlo, indicando la disposizione dei ragazzi con le bandiere e di quelli con le torcie. Inizialmente non sono molto seguiti, poi dopo qualche coro il resto delle persone si accoda. In quegli stessi momenti viene spiegato l’andamento della manifestazione: ci sarà un corteo che farà il giro dell’isolato, per poi tornare indietro davanti al negozio. In fondo a tutti resta un gruppo sparuto, una decina di persone con uno striscione “è tempo di reagire”. Lo riporto con il beneficio d’inventario ma mi viene detto che sono i militanti di CasaPound Brescia. Non ho riscontri in merito ma su un dato possiamo essere sicuri: la loro adesione alla manifestazione, visto che l’hanno comunicato ufficialmente sui social
Casa Pound Frank
Prima di riprendere la cronaca vorrei concentrarmi sui numeri. Quanta gente c’era? Gli organizzatori hanno detto più di mille. I giornali locali sono andati dai 300 del “Corriere-Brescia” ai 600 del “BresciaOggi”. Io in diretta su Twitter avevo scritto un migliaio. Rivedendo le immagini e le fotografie forse ho esagerato, purtroppo a fare questi conti a occhio non sono molto bravo. Facendo una media si può indicare in 600-700 persone come un numero plausibile. Questo è importante, almeno per definire la portata numerica e capire anche quanti erano “attivi” e quanti erano lì ma non hanno “partecipato”.
Nel frattempo il corteo comincia a muoversi per Via Vallecamonica, la via principale della Mandolossa. A quel punto partono, oltre ai “cori manifesto”, una serie d’insulti che nella sera raggiungeranno diverse categorie. C’è da dire che non tutti li canteranno. Quelli più generici avranno un maggior numero di persone a cantarli, alcuni cori mirati vengono letteralmente ignorati dal resto dei partecipanti. I primi della lista, particolarmente bersagliati, sono i Carabinieri. Per quantitativo di cori, insulti singoli ed altro l’Arma si contende la palma del più insultato insieme al sindaco di Brescia Del Bono. Tra un coro e l’altro alcune persone, dalla testa, prendono la parola. Dalle loro parole si evince che il duplice omicidio è solo un pretesto. Parlano di città da riprendersi, invase dagli stranieri e dagli immigrati che devono essere fermati ad ogni costo. Denunciano l’assenza dello Stato, ad un certo punto partirà un’invettiva contro il Ministro Alfano, e soprattutto si rivolgono “al resto d’Italia”. Con un messaggio emblematico:
Ci sono le TV nazionali, ci sta vedendo tutt’Italia. Facciamo vedere a tutti che ci siamo svegliati. Quello che sta succedendo stasera a Brescia deve accadere tutti i giorni, in tutto il paese. Dobbiamo fare sempre così!
Quest’aspetto è interessante, il richiamo ad altre città. Anche qui ci viene incontro il blog di Forza Nuova. Dopo gli episodi di Quinto di Treviso e Roma compare un commento nel quale si dice che quegli episodi hanno “origine” nel corteo del 28 Marzo, occasione in cui è stato lanciato un segnale. Riporto la parte finale (condivisa anche da “Brescia ai Bresciani”):
La migliore gioventù d’Italia ha dimostrato in questi giorni che non tutti sono disposti ad accettare passivamente la rovina della nostra Nazione, e che l’azione è necessaria, e doverosa, dove non arriva il “dialogo”.
Brescia mesi fa ha lanciato il segnale, qualcosa si sta muovendo.
Siate pronti.
Il tono è forte, sembra quello di una chiamata alle armi. Giovedì è stata ribadita con molta più forza. Dopo questa piccola digressione torno alla cronaca. Il corteo riprende bersagliando il sindaco Del Bono, responsabile della presunta insicurezza della città. Di aver trasformato la città in un luogo dove proliferano violenza, degrado e criminalità. In questo momento il ricordo di Frank è ormai sullo sfondo. In un preciso momento scompare proprio. Succede che dal pubblico qualcuno urla “Viva Frank” ma viene ignorato, si canta tutt’altro: “Siamo bresciani!” e “Dalle valli alla bassa/siam venuti fin qua/riprendiamo la nostra città”. Nel corso della serata succederà per tre volte. Si ha l’impressione di un corteo spaccato in due: una metà che lo segue e approva i contenuti, l’altra che sfila in silenzio tra perplessità e disinteresse. Arrivato quasi alla fine dell’isolato si ferma. In quel punto c’è una rotonda che porta al Villaggio Badia, un quartiere residenziale. Oltre la rotonda, in direzione della stazione, sono posizionate le camionette della Polizia ed alcuni agenti in assetto anti-sommossa. Restano lì, fermi a guardare ad una distanza di 300 metri. Si forma un assembramento circolare, una parte dei manifestanti resta intorno a guardare. Altre persone riprendono la parola. Viene detto che non è importante chi ha ucciso Frank e la moglie ma il contesto in cui lavoravano. La colpa è delle istituzioni che avrebbero abbandonato la gente, lasciandola in balia di stranieri ed immigrati. Dicono di volersi fare giustizia da soli. Non tutti applaudono, qualcuno scuote la testa mentre altri esultano ai proclami fatti. Viene ringraziata pubblicamente la Curva Nord Brescia, presente in molti dei suoi rappresentanti (su questo tema dopo c’è un capitolo a parte), e parte il coro “Madonnina dei riccioli d’oro”, grande classico della tifoseria delle Rondinelle.
A questo punto succede un fatto interessante: due persone prendono la parola. Sono un uomo e una donna. Non vengono presentati (in realtà nessuno degli interventi viene anticipato dalla presentazione degli oratori), nel trambusto sembra di capire che sono parenti ma non è stato confermato. E’ la donna a dire le cose più importanti:
In questa zona nessuno ci ascolta. Ci sentiamo soli, abbandonati. Dobbiamo farci sentire tutti i giorni!
Le parole colpiscono nel segno, la manifestazione riprende vita. Si alternano momenti in cui si ricorda ed applaudono le vittime, in maniera raccolta ed accorata, ed altri in cui compaiono altri bersagli. Partono cori ancora contro Del Bono, gli stranieri, i preti che “accolgono i clandestini” (qualcuno dal pubblico se la prende direttamente con Mons. Monari, vescovo della città), il Ministro Alfano e contro Umberto Gobbi. Il canto contro il responsabile del Magazzino 47 sorprende tutti, pare un gesto completamente estemporaneo (non si ripeterà più, chi lo ha cantato infatti è un numero sparuto). Il giorno dopo, con un lungo post su Facebook, Gobbi ha replicato. Viene cantato anche l’inno di Mameli. La manifestazione sembra ormai avviarsi verso la fine quando si vive un attimo di confusione. Durante il corteo dal pubblico sono partiti proclami minacciosi, con l’intenzione di recarsi a Via Milano e in stazione (zoni distanti un paio di km a piedi, popolate principalmente da stranieri). Nel momento in cui vengono srotolati alcuni striscioni e gli organizzatori invitano la gente a tornare indietro qualcuno rinnova l’invito “andiamo in stazione!” e con passo spedito va in quella direzione. Percorre circa 100 metri quando vengono fermati dagli altri, si vivono momenti di confusione. C’è la sensazione che la situazione possa generare. In quel momento gli agenti sono a distanza, nel punto in cui sono sempre stati. Segnalo un commento social sulla pagina del “Giornale di Brescia”, nel quale viene riportata tutt’altra storia.
Badia
Gli agenti non hanno bloccato nulla. Sono rimasti a vigilare tutta sera, a distanza. In tutta questa situazione il corteo si è ormai sciolto. Qualcuno è già andato via, altri restano a guardare la scena con noia e disinteresse. E’ un momento che non li riguarda. Senza dirlo ufficialmente ma il presidio si scoglie. Ognuno torna a casa. Una parte delle persone, non si vedono più né striscioni né bandiere, si ferma davanti al negozio di Frank. Il silenzio è quasi irreale, composto. Qualcuno rivolge una preghiera. Poi un ragazzo chiede un applauso: il pubblico lo segue. E’ un momento toccante e spontaneo. Subito dopo torna il silenzio composto di prima. Qualcuno prima di andarsene fa il segno della croce. La serata è finita, tutti a casa. Anche a commentare in rete l’iniziativa. Qui una piccola cernita.
RuspeOlio di ricinoTroppo buoniBasta immigratiNostra Brixia
6. Special guest star.
Come mai erano presenti molti ultrà del Brescia, in particolar modo membri del direttivo della “Curva Nord Brescia”? E’ una domanda alla quale, al momento, non c’è una risposta precisa. Cerco invece di mettere in fila tali eventi. C’è da dire che ufficialmente la “Curva Nord Brescia” non si è espressa in merito, quindi non c’è un’adesione da parte del gruppo. C’è, tuttavia, un’adesione personale da parte di figure di primo piano della Curva. Segnalo quella di Enzo Ghidesi, il quale sull’evento Facebook creato da “Brescia ai Bresciani” scrive che ci sarà
Il profilo è a nome "Enzo Brescia"

Il profilo è a nome “Enzo Brescia”

Al corteo accanto a Ghidesi vengono riconosciute altre figure di primo piano della “Curva Nord Brescia”. E non stanno in disparte, anzi. Si muovono in prima fila, cantano buona parte dei cori. E gli organizzatori più volte li chiamano in causa, provano a coinvolgerli. Ghidesi, ad un certo punto, diventa protagonista del corteo. Quando una donna conclude il suo discorso dicendo “dobbiamo farci sentire tutti i giorni” lui risponde con un emblematico “Lo faremo”. La domanda è legittima: con quel plurale chi intendeva? Parlava soltanto per se stesso od anche per il gruppo di cui è uno dei portavoce? La vicenda può far sorgere dubbi, ambivalenze ed essere strumentalizzata. Personalmente ritengo che debba essere chiarita dai diretti interessati. Certamente “Brescia ai Bresciani” approva alcuni proclami provenienti dal mondo del tifo organizzato (lo striscione risale a qualche anno fa, oggi il “Brixia” non esiste più ed è confluito nella “Curva Nord Brescia”).

A buon intenditor...

7. L’altro presidio.

Nelle stesse ore in cui c’è il corteo di “Brescia ai Bresciani” la Rete Antimafia di Brescia decide di organizzare un presidio per il giorno dopo. Scrive un comunicato stampa, poi diffuso dai giornalisti. L’iniziativa è per la sera successiva. Nel loro comunicato si concentrano sulle modalità, riportando le parole fino ad allora usate dal Procuratore Dall’Osso, e ricordano come la città sia infiltrata dalle mafie. Le ultime righe del comunicato spiegano il perché dell’iniziativa:

Sentiamo il bisogno di parlare di mafia, di far capire che nel nostro territorio è presente ed è forte, che bisogna cominciare a rendersene conto ed a reagire […] Non per lanciare accuse, non per strumentalizzare la vicenda, ma per dare un segnale forte alla città ed a tutti coloro che sono vittime della criminalità organizzata e che in questi giorni, forse, si sentono un po’ meno sicuri.

In questi giorni ho fatto quache domanda ad uno dei responsabili, cercando di capire com’è andata l’iniziativa, qual è stato il ritorno mediatico e la situazione attuale in merito alla presenza della criminalità organizzata sul territorio. Mi ha raccontato che i partecipanti sono stati un centinaio, data la tempistica (è stato organizzato in poco più di 24 ore e alla vigilia del Ferragosto) sono soddisfatti del risultato. Erano presenti tanti giovani, ragazzi mai visti nelle iniziative passate. Inoltre è stata un’occasione nella quale sono stati fatti interventi costruttivi. I quotidiani locali si sono interessati ed hanno scritto alcuni articoli in merito, assenti invece le televisioni (Sulla pagina Facebook della “Rete Antimafia Provincia di Brescia” si possono vedere gli articoli: sono trafiletti, rispetto al corteo del giorno prima lo spazio dedicato è stato minore n.d.a.). Lo scopo della vicenda, oltre alla sensibilizzazione sul tema “Mafie a Brescia”, è stato il seguente:

il nostro obbiettivo era cercare di far capire che a Brescia c’è un problema molto più grosso degli extracomunitari, della droga e della prostituzione. Non è normale che in una città così fortemente infiltrata dalla mafia dopo un episodio del genere si pensi che il problema sono gli spacciatori…

Sulle infiltrazioni criminali il dato di questi ultimi anni è ambivalente: da una parte sono emersi nuovi episodi e storie che confermano la cosa, dall’altra è cresciuta l’attenzione e anche nelle scuole si comincia a parlarne. La preoccupazione è forte ma, da parte della Rete, ci sono motivi per sperare in una nuova consapevolezza.

8. L’arresto.

Nella tarda serata di ieri arriva la notizia dell’arresto di due persone, un indiano e un pachistano. L’arresto è stato eseguito nella bergamasca, dove vivevano. Fino a quel momento le notizie non sono molto chiare, in quanto gli inquirenti hanno seguito le tracce trovate lavorando in silenzio e senza far trapelare nulla. Sorprende l’edizione online del “Giornale di Brescia” che prima li indica come assassini e poi ne scrive un altro, in cui parla di presunti assassini.

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Nella conferenza stampa del mattino gli inquirenti chiariscono la situazione e lo stato delle indagini. Spiegano che i due arrestati, durante l’interrogatorio, hanno confessato il duplice omicidio. I due erano legati alle vittime in quanto avevano acquistato dai Serramondi il vecchio negozio che avevano alla Mandolossa, poi qualche anno dopo i coniugi ne hanno aperto un altro proprio di fronte al precedente. E’ stata rintracciata sia l’arma del delitto, abbandonata in un fosso, sia il motorino usato, di proprietà di uno degli arrestati. Inoltre sarebbero gli autori anche del tentato omicidio del dipendente albanese. Le indagini si concentreranno soprattutto sul movente, ancora tutto da chiarire. La Procura esclude legami con la criminalità organizzata. La notizia ha scatenato una ridda di commenti sui social, ecco una piccola cernita:

Benito subito!Via MilanoTutti a casaManco vanno in galera

Liberate i Maro'

Quest’ultimo è curioso e l’ho separato dagli altri. Non è l’unico di questo tipo. M’incuriosisce il tipo di associazione, dettata probabilmente dalla nazionalità (la vicenda di Latorre e Girone si svolge in India, uno dei due rei confessi è indiano). E’ strano mettere insieme due episodi, completamente diversi e distanti tra loro, per un’associazione così labile

9. Conclusioni.

Alla fine di questo lungo ragionamento il bilancio che faccio è molto semplice. Sono morte due persone, protagoniste di un piccolo pezzo di storia della città. Conosciute e amate. Lavoravano in una zona con le sue difficoltà, i suoi problemi ma non certo il luogo mostruoso che hanno descritto in questi giorni. Quest’omicidio è stato il pretesto per portare avanti altre istanze, violente e xenofobe. Istanze che basano la loro forza sulla paura, sentimento legittimo che è parte della natura umana, e diventano altro. Vien da chiedersi se questo clima, visibile sul web come per strada, possa esplodere e trasformarsi in qualcosa di più pericoloso. Qualche segnale c’è.

io sto con Rachida

Visto che la provocazione c’è già nel titolo facciamo le cose semi-serie: questo è un post su Masterchef, sulle dinamiche televisive e sul modo di pensare di certa Italia.

Parto da alcune frasi, dette da uno dei responsabili della produzione della prima edizione. Lo ascoltai in Università, in occasione di una lezione alla quale era stato invitato come relatore:

Inizialmente Cracco faticava a comprendere i ritmi televisivi: parlava tantissimo ed era molto lento. Per riuscire a rendere più dinamico il personaggio abbiamo giocato sui silenzi

Quando si vedono i concorrenti correre e dimenarsi durante le prove mentre, ad esempio, Bastianich fa il count-down per la Mistery Box, non vuol dire che in quel preciso istante stavano facendo quella cosa: è un modo per rendere un’atmosfera. Magari quel momento risale a qualche minuto dopo ma, in montaggio, stava bene dopo le parole di Bastianich

Alcuni meccanismi, come il ripescaggio del concorrente durante le selezioni, sono previsti nel format

Cosa vuol dire tutto questo? Che è tutto finto, perfino l’immagine del bel tenebroso Cracco? No, vuol dire un’altra cosa: i meccanismi televisivi sono diversi da quelli relazionali. Il montaggio nella vita reale non si può fare, in TV (ma anche al cinema) sì. Dal punto di vista “cinematografico” è una banalità estrema, si ribadisce la validità dell’effetto Kulešov.

Dal punto di vista del pubblico non è così banale od ovvio. In TV non sono ammessi i momenti ordinari o semplicemente di pausa che tutti noi viviamo nella nostra vita comune. Tutto dev’essere a cento all’ora. Anche il silenzio di Cracco è tale: magari uno sguardo lungo, penetrante ed attento in TV diventa un’espressione algida da villain. Guardandolo in TV non vado matto per Cracco (probabilmente è invidia perché non piaccio alle donne come lui) ma m’ispira simpatia Barbieri, anche per come si veste. E’ normale. Ma questo non mi autorizza a parlar male di Cracco, come uomo e come chef. E questo non m’autorizza ad esaltare Barbieri, come uomo e come chef. Sono persone che, nel loro ambito, hanno guadagnato rispetto e consensi (con merito, i suppose) e fanno un programma televisivo. Un talent, per la precisione. Ed il talent, come il reality e come molte altre categorie di programmi, hanno bisogno di personaggi: il pubblico si nutre di essi, ne ha un bisogno famelico. Altrimenti semplicemente cambia canale (e non perché la fotografia è migliore di quella della pubblicità). A questo punto torniamo al punto di partenza: perché sto con Rachida? Perché probabilmente non è così piagnucolona e cattiva come la si dipinge sui social network, basta guardare le foto sulla pagina ufficiale Facebook di Masterchef per capirlo. Quel “sgridami” invocato a Joe Bastianich è difficile da digerire, da accettare. A me non è parso servilismo ma qualcos’altro. Personalmente c’ho visto un’immagine “patriarcale” della società, dove le donne contano nulla e solo nel rimprovero del maschio alfa trovano una soddisfazione, una forza. Sì: sto facendo sociologia e lotta di classe applicata a Masterchef. Probabilmente è semplicemente insicurezza, dettata da tanti fattori che non conosco e non credo siano emersi dal programma. Non è un caso che il piatto migliore sia stato quello fatto a casa, nella propria cucina: nel luogo dove, normalmente, ci si sente più sicuri e si è in grado di esprimere amore. Perché su un dato Cracco ha ragione: la cucina è soprattutto amore (infatti io, che non so amare, sono un pessimo cuoco). Ma l’amore vende fino ad un certo punto, la guerra invece vende sempre: è un business che non va mai in crisi. Dunque è meglio una marocchina che piange per motivi sconosciuti, a tal punto da sembrare una devota del chiagni e fotti. Dunque sono meglio una gemmologa (non sapevo esistesse un lavoro così!) ed una studentessa che s’accusano reciprocamente di copiare. Dunque è meglio una signora d’Isernia (è ufficiale: il Molise esiste!) “innamorata” di Barbieri. Tutte queste cose possono essere vere, come fasulle, ma sono un programma TV! Valgono fino ad un certo punto. Eppure ci scateniamo, a tal punto da diventare cattivi, malfidenti (gomblotto!) perfino razzisti (sissignori, razzisti!), per colpa di chi? Di un sistema, accettato e voluto da noi, che vuole i personaggi, che ha bisogno di prendere alcune caratteristiche di noi per ingigantirle e renderle appetibili ai nostri occhi di onnivori della TV. Forse qui sta il punto: Masterchef cambia in base a ciò che la nazione vuole. Gli italiani vogliono la rissa, il mostro sbattuto in prima pagina, la possibilità di pensare alla cospirazione. Perché questo siamo diventati. E come dice, saggiamente, il piccolo Pif che a Carnevale fa Giulio Andreotti

il popolo sbaglia spesso, tranne in cabina elettorale

E’ un programma TV ma è soprattutto un ritratto arci-italiano. Ed è molto triste. Guarderò comunque Masterchef, forse dovrei smettere di guardare gli insulti a Rachida, a tanti altri, e sorridere di Alberto. E a sognare, un giorno, di poter assaggiare un piatto fatto da un concorrente. Allora sì che potrò parlare dei piatti: perché guardo edizioni su edizioni, di mezzo mondo, ma non ho capito ancora un cazzo di come s’impiatta! Lancio un may-day: esiste un decalogo? Se sì, me lo potreste regalare?

Bruno, mi spiace: io sarò banale ma sono un uomo da mappazzone. Per me niente grembiule

la rivincita di un popolo

Premessa: l’ultimo gioco dura 8 minuti con quattro match-point annullati

Goran Ivanisevic era un perdente di successo. Giocava con quello che tecnicamente si chiama “serve and volley”: praticamente si punta molto sul servizio, forzandolo in posizione e potenza per mettere in difficoltà l’avversario. Dopo la battuta si va immediatamente a rete per fare il punto. Quantomeno questa è l’intenzione. E’ un gioco che prevede velocità e potenza, oggi non esiste più. O quantomeno è ritenuto quasi antiquato. Parliamo di un tennis dove i picchiatori da fondo campo erano visti come degli stupratori dello spettacolo (oggi l’attuale numero 1 del circuito ATP, tal Novak Djokovic, rientra nella categoria degli stupratori). E’ un gioco che esalta l’erba e il suo luogo sacro, cioè Wimbledon. Mi piacerebbe andare a Wimbledon, forse vedere la finale sul centrale sarebbe troppo ma un giro non ci starebbe male. Anche solo per rievocare lo spirito della Crazy Gang…

Anche Patrick Rafter era un perdente di successo. Qualcosa nella sua carriera di grande l’aveva ottenuto (2 Slam, è stato numero 1 del circuito per una settimana) ma aveva perso molte volte. Era la bestia nera di Andre Agassi, prima del mostruoso Federer-Nadal del 2008 gli incontri più cruenti della storia di Wimbledon erano stati giocati da loro due. Anche a lui piaceva il tennis veloce, si esaltava nel “serve and volley”. A pensarci è quasi separato alla nascita con Ivanisevic: le loro sono due vite parallele che sembrano uscite da un film. Per rimanere nel gergo britannico una “sliding doors” del tennis.

In un giorno di Luglio due tennisti gemelli, quasi coetanei (c’è solo un anno di differenza), due ex-talenti prodigio traditi dal fisico ed ormai in ribasso (Ivanisevic fu ammesso a quel Wimbledon con una wild card!) si confrontano in quella che è l’ultima chance della loro carriera. L’ultima grande speranza di risorgere dalle ceneri in cui erano cadute. Rafter arriva in finale dopo un’altra guerra contro Agassi, la seconda di fila, ed il talento inespresso Enqvist. Ivanisevic elimina Henman in semifinale ma soprattutto ai quarti Marat Safin. A detta di un mio amico “il più grande pazzo mai visto su un campo da tennis”: personalmente di lui ricordo dei fotogrammi di un incontro contro Federer dove in alcuni momenti umiliò lo svizzero in un periodo dove sembrava impossibile anche solo confrontarsi con lui. In questa storia la locura gioca un ruolo decisivo perché bisogna essere abbastanza pazzi per pensare una finale simile. O anche solo arrivarci. Quando entrano in campo sanno già cos’accadrà: non chi vince ma come si giocherà. Nella maniera più violenta possibile, alla disperata e forzando al limite della sopportazione umana i propri servizi. Una finale così atipica non si era mai vista. E neanche un pubblico così, più vicino al tifo da stadio che all’aplomb londinese. Chi vince potrà illudersi ancora, un’ultima dose di morfina prima del collasso finale. Chi perde sarà condannato all’oblio. Tre ore di battaglia prima della sentenza finale, della condanna a morte dettata da un mondo dove a 30 anni sei già in ribasso. E torniamo alla premessa, a quegli 8 minuti e ai servizi forzati che si frappongono tra Ivanisevic e la gloria… che alla fine arriva. Ma entrambi hanno capito che il loro destino si è consumato, è già scritto: la Storia li ammette giusto nell’attimo prima che li possa escludere

E allora ci si può chiedere: perché Ivanisevic è felice se Wimbledon è l’ultimo minuto di gloria? Non è felice per sé. E’ felice perché è un croato. E’ felice perché per la prima volta un croato ha vinto qualcosa di grande, con la propria bandiera e la propria patria. Ero in Croazia in quei giorni, avevo 12 anni. Mi ricordo la gente incollata davanti alla TV, le urla e le lacrime. Non era semplicemente uno slam vinto ma era la rivincita di un popolo. Per la prima volta la Croazia sportiva poteva alzare la testa dopo che per due volte ha dovuto abbassarla sul più bello. Ad un passo dalla leggenda. La prima volta fu nel 1993, su un autostrada tedesca, quando morì il più grande atleta che la Croazia abbia espresso e forse esprimerà: Drazen Petrovic. E’ come nell’immediato dopoguerra italiano fosse morto Fausto Coppi. Ti saresti sentito, senza speranze. Drazen Petrovic era talmente carismatico che non potevi subire il suo fascino, figuriamoci chi in lui vedeva l’alfiere di un popolo martoriato dalla morte e dalla violenza. La seconda volta fu quando Liliam Thuram spense il sogno di una nazionale fortissima, che comprendeva campioni incredibili. Tutti in una sola squadra. Per una volta sola, radunati a scrivere la leggenda. Ma condannati nonostante Davor Suker capocannoniere. Condannati nonostante Boban, Prosinecki, Stanic, Asanovic, Jarni. Uno solo di questi farebbe la differenza. E giocavano tutti insieme. Stavolta no, stavolta uno di noi ce l’ha fatta. E’ riuscito a rompere la maledizione e far capire al mondo che anche i croati possono vincere.

ribadire l’etica

oggi c’è chi è arrivato a dire che o, come se fosse un auto-assoluzione, rubavano tutti: ora io sono sconcertato perché se ruba uno è un furto ma se rubano tutti si chiama saccheggio ed è molto più grave quindi dovrebbe destare una riprovazione ancora maggiore; oppure si è parlato di leggi ipocrite o altre cose di questo genere e quindi si è finito per legittimare, in un certo senso, il delitto

Mi permetto di estrapolare una dichiarazione di Piercamillo Davigo rilasciata nel 1997 (la trovate alla fine del filmato, in uno speciale di quattro puntate su Mani Pulite che consiglio) e di mostruosa attualità per cercare di ragionare, a mente fresca, su quanto avvenuto in questi giorni. Chiarisco subito una cosa: non è un post su Berlusconi ma è un post che parte dall’ultima sentenza per ragionare sul potere, l’etica e la cultura.

Cos’è una condanna in primo grado? Dal punto di vista giudiziario è una sentenza non passata in giudicato, quindi per l’art. 27 della Costituzione (parola sconosciuta in altri casi) La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Dal punto di vista politico non è un fatto da poco. Abbiamo il leader, il fondatore e l’anima di un partito di governo che ha, al momento, un cumulo di condanne a 12 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non è una cosa da poco. Eppure…

Come tutte le sentenze, quella di oggi del tribunale di Milano va rispetta, senza commettere l’errore di confondere il piano giudiziario con quello politico

“senza commettere l’errore di confondere il piano giudiziario con il piano politico”, parola di un esponente del PD che riporta l’opinione della macchina partitica. Li abbiamo distinti, per la gioia del signor Leva. La sua dichiarazione lascia sconcertati. Mi spaventa. Quale legittimità culturale e politica può avere un governo dove uno dei suoi sponsor, ed uso apposta questo vocabolo, ha questi problemi? Ha, a suo carico, diversi processi di cui tre hanno emesso una sentenza di condanna. In quest’ultima sentenza è stato condannato a sette anni per concussione. Che sarebbe questo

Art. 317.
Concussione. (1)

Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

(1) L’articolo che recitava: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.” è stato così sostituito dall’art. 1, L. 6 novembre 2012, n. 190.

Ho preferito riportare testualmente perché in questi casi serve. Come si fa a restare indifferenti davanti ad una cosa del genere? Personalmente direi: scusate, credo che questa situazione non sia consona al mio ruolo e lascio in attesa che questa storia sia risolta. Qui non è una valutazione politica: è buonsenso, rispetto del ruolo che si ha. Chi ha un ruolo politico, di potere, ha delle responsabilità grandissime e come tale dovrebbe avere grande riguardo di questa responsabilità. Chi siede in un’assemblea politica (figuriamoci poi quelle a Roma) rappresenta i cittadini, lo fa in nome del Popolo Italiano. I Ministri, faccio quest’esempio per evidenziare il principio (naturalmente sono cosciente che Berlusconi NON è ministro), dichiarano:

giuro di essere fedele alla Repubblica

Repubblica il cui testo fondante è la Costituzione, il quale dice (al PRIMO ARTICOLO!) “la sovranità appartiene al popolo”. Chi occupa un ruolo di potere, qualunque esso sia, lo esercita su delega ed in nome del popolo. Non è poco. E’ un peso, una responsabilità, un onore. Come si fa a non comprendere tutto questo? Non avrei questo coraggio, perché non è facile assumersi questa responsabilità per tutta una serie di motivi. E chi lo fa non viene costretto! Chi lo fa sceglie di assumersi onori ed oneri, come in tutte le cose della vita. E ritengo che sia un’onere comprendere quando le tue vicende personali finiscono per dare cattivo lustro al ruolo che assumi. Questa è etica. E’ filosofia, è cultura, è rispetto. Poi ci si può chiedere cos’è il potere. Pasolini ne aveva una sua opinione e credo che qui vada posto il secondo punto della mia riflessione. Qui mi viene in soccorso il sempre efficace Blob che mostra Ferrara che spiega la famosa telefonata, quella per cui è stato condannato (sul “Siamo tutti puttane” sarebbe da rimanere una settimana ma non è cosa). Ascoltatelo da 6:30 fino a 8:37. Pubblico direttamente il filmato perché credo meriti

Ferrara si chiede cos’avrebbe fatto un uomo di potere. Lui non discute, forse convinto della sua idea, ma mi permetto di riflettere in merito. Lui lo fa in siciliano, diciamo così. Poi i siciliani si facciano una loro idea ma visto per la prima volta mi ha sconvolto. Mi è sembrato un avvertimento mafioso, con la gestualità e l’ammiccamento dei mafiosi. Un siciliano non parla così, un siciliano onesto. Un mafioso parla così, lo fa quando va a riscuotere il pizzo. A questo punto mi chiedo: supponiamo che Pasolini, sul potere, dica il vero. Devo pensare che il potere è legittimato ad usare un linguaggio mafioso? Sì, devo pensarlo. A questo punto marco la differenza che c’è tra Pasolini e Ferrara, dunque anche tra me e Ferrara. La differenza fondamentale è che questo modo di ragionare del potere è ingiusto, se non criminale. E lo è perché crea una cultura sbagliata. Non è un caso che nello stesso periodo Pasolini scriva un articolo nel quale chiede addirittura un processo per i capi della Democrazia Cristiana! E lo dice perché quel tipo di esercizio del potere e lo dice nella convinzione che quella cultura del potere ha danneggiato l’Italia, perché molti si convincono che quella visione e quel comportamento siano giusti. E qui torniamo all’etica. Questa è la vera eredità di Berlusconi, questo lascerà ad un paese intero: l’idea che neanche una condanna in primo grado, per giunta per un fatto molto grave, ci obblighi all’assunzione delle responsabilità. Quello che conta è restare lì, magari con la possibilità di cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio. Quindi cambiare la legge, come spesso ha fatto. Cioè che tu, al potere, puoi fare tutto e stare sopra la legge e la divisione dei poteri. A questo punto vi regalo un discorso bellissimo di Jorge Lanata, giornalista argentino e grande voce critica del Kircherismo (che, purtroppo, non sta realizzando i propositi di cui parlavo tempo fa). Lo fa in merito alla riforma della giustizia iniziata dalla Presidenta. Lanata dice che nel momento in cui il potere esecutivo cerca di superare i giudici ci si apre alla dittatura. In Italia siamo ben oltre. Berlusconi ha adottato un malcostume (non l’ha ideato, sia ben chiaro, ma ne ha fatto e continua a farne largo uso) ma tutti noi, cittadini, lo stiamo accettando e forse applicando nella vita di tutti i giorni. Disse un saggio

non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me

Diventerò anch’io così? C’è un lato di me che giustifica un tale uso del potere? E soprattutto: cosa farò se e quando avrò un potere? Sono domande che devo pormi adesso, chiedermelo dopo sarebbe troppo tardi.

pensierini della notte

In attesa di un nuovo post, tornerò a dedicarmi all’etica, pubblico un pensierino della notte, come si potrà ben comprendere. E’ stato pensato verso le 4 di notte sul lungolago di Bardolino (VR).

In questa notte sul Garda/vado in cerca di una fontana/per dissetarmi e riordinare idee/confuse dalle luci della discoteca.

Guardo questa luna gigante/e le luci del lungolago/senza conoscere la geografia,/osservandole da solo/perché ragiono a modo mio/e preferisco non spartire.

Rappresentano un orizzonte,/dal quale provieni tu/che avrei voluto qui con me/a ballare canzoni che adori tanto.

La mia amica/sorella Alessia aveva capito che il mio atteggiamento, la mia meditazione, avrebbe portato a questo (lei lo chiama poesia. Lascio ai lettori, a quanto pare in aumento, il giudizio). Non l’ho voluta dire davanti a tutti, certe cose non mi piacciono. Accetto l’esibizionismo solamente in luoghi dove esser spettacolari rappresenta una forma di distacco, di diversità e disprezzo verso un omologazione. Penso che scrivere sia sempre una forma di libertà ed, in quanto tale, presuppone la necessità di essere espressa dove si ritenga più opportuno. Lì, con quelle persone, mi pareva sprecato. In quel momento ero solo, non sarei stato capito.

P.S. Con quel “tu” mi riferisco ad un’altra donna

Perché?

Perché Letizia Cesarini? Dunque perché ascolto “Maria Antonietta”? Perché Federico Fiumani? Dunque perché ascolto i “Diaframma”. Insomma, è questo che sto ascoltando e turba i miei pensieri. O quantomeno le loro parole incidono profondamente sul mio presente, a tal punto da leggerci molte cose di me.

Questo è il nuovo simbolo di Letizia (ormai l’ho vista talmente tante volte che ormai la chiamo per il nome che ha). Risaliamo ormai a più di un anno fa, ad un capannone gigantesco e ad un paio di occhiali distrutti (il pogo dei Gazebo Penguins). Mi Ami 2012, concerto che ricordavamo con una risata l’ultima volta che ci siamo incontrati. Ero infreddolito, con adesivi ed un bicchiere di vino in mano, in attesa di non si sa cosa. Me l’ero segnata tra le cose da vedere, ne avevo letto bene, ma fu un lampo dettato da due fattori fortissimi:

  1. la voce, non credevo si potesse applicare ad un corpo così minuto
  2. la forza che esprimeva sul palco pur stando da sola, soprattutto in quel luogo enorme

Mi consultai con il mio compagno di viaggio e concordammo: non so chi sia né da dove provenga ma è brava. Da lì fu un crescendo Rossiniano fatto di ascolti disperati, di concerti su concerti (dovunque potevo andare ero lì, anche a costo di fare follie. Epico quando spesi 12 euro per vederla suonare mezz’ora a Monza, erano le 22:30, tornare indietro a Brescia per vedere gli Uocki Toki che cominciavano a mezzanotte). Ogni volta che vado sotto un suo palco ho sempre paura che mi guardi storto (dopo spiego perché) ma la sindrome Stalker ha perso di ogni fondamento dopo il saluto all’ultimo concerto. Sì, avete capito bene: tra una canzone ed un’altra ha avuto il tempo per salutarmi! Nelle parole di Letizia ci sono dei sentimenti che fatico a descrivere: la paura ad ammettere l’amore, l’incapacità ad affrontare la vita, la malinconia come compagnia costante. Un fondo di coraggio che mi manca completamente fa da contrappeso alla necessità di dover declinare al maschile i testi (li canto spesso in prima persona, forse per distinguere il genere). Rappresenta una voce amica, con la quale urlare il dolore e la tristezza di certi momenti. Ascoltando “Animali” ancora una volta ho trovato uno spicchio della mia vita e credo che questo faccia tutta la differenza.

Questa canzone e “Gennaio” sono tutto Fiumani. Tutto. Federico Fiumani è un poeta, negare questo vuol dire avere un problema. Qui fa il gesto più poetico del mondo: getta il cuore oltre l’ostacolo e si mostra per quel che è, con tutti i suoi difetti. Eccola lì, la mia timidezza cronica. La mia fifa da coniglio che diventa gigantesca, confrontata con il coraggio di grandi uomini come lui. “Caldo” e “Gennaio” raccontano due periodi opposti ma sono immersi nella vita in una maniera indefinita, unica. Non c’è una parola che non comunichi verità. E capire che c’è qualcos’altro oltre la new-wave, oltre Siberia, cambia tutto. E’ il dischiudersi di un modo, dal quale non puoi più fuggire. Un paese delle meraviglie, senza Lewis Carroll senza allucinazioni. Federico Fiumani è un poeta e lo ha dimostrato con l’unico disco a suo nome (“Donne Mie”, non a caso, è nel Redazionale di questo blog). E’ superiore, lo guardi con l’occhio di un devoto. Mi piacerebbe che fosse un amico ma lo ammiro sempre come se fosse seduto su un piedistallo, una statua di Michelangelo. Non son degno di lui ma mi piacerebbe abbracciarlo, dirgli quanto mi ha dato e continua a darmi. Quanto incida sulla mia vita, su quello che penso. Quanto ho bisogno di lui quando devo mettere ordine alla mia vita, quante volte l’ho fatto con una sua frase. Da diversi mesi ho scelto questa:

ogni giorni mi abbandoni per ogni giorno che mi torni a cercare e vivo quest’attesa pensando che questa curva impazzita mai retta sarà

Insomma, la mia vita con una dea. Tutto il resto mi è ignoto, aspetto una canzone per capirlo.

il turista

Poche notti fa ho sognato questo. Non chiedetemi come sia stato possibile, sono stato una volta sola a Roma. Mi scuso subito con tutti i romani, per i pregiudizi che potrebbero cogliere da questo racconto.

Mi venne a prendere alla stazione Tiburtina, non avevo i soldi per prendere un FrecciaRossa che mi portasse a Roma Termini. Era contenta di questo dettaglio, quando la chiamai per dirglielo, perché era più vicina a casa sua. Dalla voce non sapevo come immaginarmela, però mi colpì il fatto che non avesse una cadenza marcata. Siamo abituati male, associamo troppo facilmente Roma a certi personaggi da macchietta usciti dai film di Carlo Verdone, ad un modo di parlare tipico dei conduttori o di certi giornalisti RAI. Probabilmente esiste anche una Roma timida, che non si vergogna di sé ma non ostenta cosciente del fatto che la propria città ha già tanto da far vedere. Non c’è bisogno che i suoi abitanti si comportino come se indossassero dei vestiti lampeggianti. Fu lei a riconoscermi, Carola. Portava i capelli molto lunghi, fino a sotto le spalle. Era bassina ma non minuta, con le curve apposto. Mi porse un casco e mi disse di reggersi forte a lei. Guidò la sua Vespa con molta sicurezza e spavalderia. Le strade non sono come le vedeva Audrey Hepburn: sono giungle d’asfalto dove le regole non esistono, dove vige la legge del più forte. E’ meno palese ma questa regola vale anche su, al Nord, dove abito io. Siamo tutti meridionali di qualcuno e siamo tutti uguali. Lasciai la valigia a casa sua e cominciammo a girare per la città: non scendevamo a far tappe, ogni tanto mi diceva dove stare attento e aguzzare l’occhio. Non passammo dal Colosseo o dal Vaticano. Non ammirai la Cappella Sistina. Ammirai gli ambulanti di Piazza Vittorio, i casermoni di San Basilio, il Palazzo delle Esposizioni all’EUR, passammo da Ponte Milvio ma non per i lucchetti: voleva mostrarmi la sua lazialità. Era laziale ma non credevo che potesse interessarsi al calcio. Infatti mi smentì: e mica c’è solo la Lazio che vedi in TV! Siamo una polisportiva. Così scoprì il suo lavoro. In tutto questo viaggio la tenevo sempre stretta forte, non se ne curava ma io mi aggrappavo a lei con grande forza. Ogni minuto di più m’innamoravo di Roma. Ad un certo punto si fermò. Eravamo davanti al Cannone del Gianicolo. Mi disse di scendere. Scesi giù. Guardai la città, era stupenda. Mi disse: “ecco, ora hai la cartolina. Ora puoi fare il turista”. Aveva capito che avevo trovato assurdo il suo percorso e voleva darmi il contentino: mi girai a guardarla e le presi la mano. Eravamo vicini. “Come sei bella Roma”. Ma non guardavo la cartolina: ero nei suoi occhi. Lei mi aveva mostrato Roma, la sua Roma. Ed io mi ero innamorato di Roma, di lei. L’ho baciata. Sì, dietro c’era la cartolina ma chissenefrega: era solo un disegno, non era la città che avevo conosciuto e stavo amando. Non ho mai sentito dire di una città che ansima e fa l’amore. Non è accaduto perché ho fatto l’amore con una ragazza, non con Roma. Con una ragazza con una sua visione del mondo. Questo è ciò che importa davvero: amare qualcuno per quel che pensa e rappresenta di sé, delle cose, della vita.

Perché chi scrive storie ha sempre bisogno di giudici

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