normalmente

Stamattina ho preso il pullman. Alla solita fermata, direzione Brescia. Direzione università. Normalmente scendo un paio di fermate prima del capolinea, usufruisco del servizio di bike sharing del Comune di Brescia ed arrivo. E’ un modo per risparmiare tempo e fare una sorta di stretching, che la mattina non fa mai male. Normalmente.

Oggi no. Oggi sono arrivato fino al capolinea, alla stazione dei pullman. Sono sceso per ultimo, aspettando tutti gli altri. Mi sono guardato attorno, ho camminato fino alla stazione ferroviaria. Mi sono fermato su una banchina, a guardare le persone ed i treni passare. Ho guardato qualche treno: ogni volta contavo i vagoni. Al quinto improvvisamente il mio occhio si fermava, smetteva di muoversi. Si apriva un flash, improvviso. Il vagone cambiava forma, colore, odore. Cominciava a bruciare, diventava una carcassa. Eppure si fermava, era malconcio ma integro. Scendevano lavoratori e studenti. Pendolari. Le loro facce non trasudano nulla di speciale, tranne stanchezza. Poca voglia di alzarsi la mattina (a volte mi chiedo se sia l’unico ad alzarmi alle 6 senza la sveglia). Designate per una normalità di studio e lavoro. Normalmente

Oggi no. Oggi per me, per tanti di noi, è un giorno diverso. Ho indossato una vecchia maglietta, una maglia della Salernitana. Celebra i granata, il loro ritorno in Serie A. Estate ’98. Poi arrivò quel campionato: difficile, lungo, emozionante, complicato, problematico. Il 16 Maggio 1999, ad un certo punto, la Salernitana era retrocessa. Poi, su una palla vagante in area, Vannucchi condensa la rabbia di un popolo, la sua disperazione. La comprime in un colpo di testa: è gol, 2-1. La Salernitana batte il Vicenza e continua a sperare in una salvezza che avrebbe del clamoroso

Nel momento dopo parte la corsa al biglietto: tutti a Piacenza, per la storia, per ribaltare il destino. Un viaggio lungo al quale nessuno voleva rinunciare. Un viaggio di speranza che il campo ha smentito. Un pareggio amaro, triste. Il destino ancora una volta non parla il granata: la Salernitana torna in B. Le magliette celebrative non servono più. Ora c’è il momento più difficile, l’after. Lasciare lo stadio per tornare a casa: un viaggio triste verso casa. Un viaggio che mi regalò, almeno a me, un momento commuovente (ed un giorno lo racconterò). Per molti voleva dire riprendere un treno, ritrovarsi in una stazione che solo poche ore prima era simbolo di speranza ed ora è solamente simbolo di un sogno diventato incubo. Qualcosa che non tutti erano disposti a tenere per sé. Anche lì si comprime la rabbia, la disperazione di un popolo. In violenze, saccheggi e quant’altro. Il viaggio è lungo, spaventoso, interminabile. Poi nasce l’idea: “bruciamo il treno, così la polizia penserà alle fiamme e noi la scampiamo”. Non avevano fatto i conti con la galleria, l’effetto camino: il treno brucia, diventa una polveriera, scatta il panico, le fiamme ed il fumo si propagano rapidamente. Quando arriva in stazione a Salerno ci si rende conto del dramma: dentro ci sono rimaste quattro persone. Quattro ragazzi. Anche loro si alzavano la mattina: le loro facce non trasmettevano nulla di speciale. Tranne la domenica, tranne allo stadio. Tranne per la Salernitana. E sono morti. Restano troppe cose sparse, pensieri e cattiverie.

Oggi, 24 Maggio 1999. 13 anni passano senza che ce ne accorgiamo. Normalmente. Eppure ci sono momenti in cui il tempo si ferma. Non c’è futuro, il presente si è cristallizzato. Resta solo il passato: da maledire. Ti dicono che il bello dei sogni è viverli, anche se non si realizzarlo. Provare a lottare per essi. Nessuna illusione vale la vita di quattro persone. Nessuna. Neanche quella creata da un gol storico

Ciro, Enzo, Peppe, Simone

P.S. Per me il tempo ha ricominciato a camminare il 13 Marzo 2005. A Piacenza, in quello stadio. La Salernitana vinse 1-0, segnò Lanzaro e poi Ambrosio si superò con grandi parate per difendere quel risultato. Al fischio finale urlai e piansi, grida che normalmente le vedi in quei giocatori che vincono una Coppa dei Campioni. Non per un successo in B all’inizio del girone di ritorno, non per tre punti utili per salvarti. Si stupì un poliziotto e mi chiese perché. Da sei anni aspettavo quel momento, da sei anni. Mi sono sfogato lo stesso, anche se era tardi. E me rendevo conto ma certe cose non puoi tenertele dentro per sempre.

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scrupolo di coscienza

Sabato sera sono andato a vedere “Donna Rosita Nubile” di Garcia Lorca. Ancora una volta a sconvolgere i miei pensieri ci ha pensato uno spettacolo teatrale.

Ci sono andato per un’amica, per vederla in scena, per farle sentire fiducia attorno. Anche lei, come me, fa a pugni con l’autostima e l’autoironia. Lotta, combatte e forse non lo da a vedere. Perché a questo mondo non va bene essere deboli o mostrare i segni delle corde, delle nocche che ti premono sul volto. E’ l’unica volta in cui mi arrabbio con lei: quando ne leggo la rassegnazione, la tristezza, la convinzione di non meritarsi le cose. A pensarci è la stessa accusa che spesso sento rivolgere nei miei confronti, soprattutto per il terzo punto. Mi faccio troppi scrupoli, guardo attorno le persone e mi rendo conto dell’affetto che sprigionano per me. Un affetto che ritengo troppo alto, forse perché non dimentico. Non mi perdono i torti commessi, soprattutto verso me stesso. Mi sentirò sempre in difetto con gli altri. Anche con Giada: perché non sono riuscito a spiegarle della mia gioia a vederla in scena. Sono riuscito a passare per un rompicoglioni. In fondo le spiegazioni mi riescono di più scrivendo che parlando: ormai anche con la bocca mi sono inceppato. Ma quella è un’altra storia.

“Donna Rosita Nubile”. E’ un meraviglioso affresco al femminile. Un racconto di donne che per amore si sono lasciate distruggere dai loro uomini. Donne spesso costrette ad essere diaboliche per sopravvivere ai sortilegi e alle crudeltà dell’altro sesso. E’ un affresco che sembra ancora più bello, perché figlio della mente di un omosessuale. Però mi guardo attorno e spesso vedo i gay che si circondano delle donne per proprio ego, non perché le considerano veramente importanti nella loro vita. Perché ne assumono il punto di vista esteriore rimanendo chiusi nella corazza di un maschilismo che non è quello comune ma è altrettanto pericoloso. Garcia Lorca non è così banale: lancia comunque un atto d’accusa durissimo alle donne della sua generazione. E lo fa attribuendo alla zia di Rosita una frase splendida

Tacere! Ecco la colpa delle donne di questo paese

Un mese prima che Garcia Lorca venisse ucciso Dolores Ibarruri, la Pasionaria, pronunciò il suo leggendario ¡No pasarán!. Parole durissime, coraggiose. Pronunciate in una Spagna sconvolta e confusa tra il nascente regime franchista ed un governo che, anche per colpe sue, non riuscì a garantire un governo democratico alla sua gente. Un’altra sconfitta. Ancora più crudele, raffrontata alla grinta e al cuore di Dolores.

Perdonaci, Pasionaria

Terribile: come quella alla quale Rosita si sottopone, aspettando un uomo che l’ha tradita. Sapendo il destino alla quale andava incontro. Uscendo dallo spettacolo ho fatto l’errore di tanti: ho assunto il mio punto di vista, non quello delle donne. Un po’ perché non ne sono capace, un po’ perché non ne sono degno. Ho detto una frase che, nella sua banalità, ci sottopone ad un’umiliazione sconvolgente:

Perfino l’uomo più saggio, più sensibile, vale meno della donna più carogna

Qui spesso ho sottolineato quanto le donne siano importanti, quanto rappresentino nella vita (ed è paradossale, pensando al mio status di etero convinto e non praticante). Garcia Lorca ci ricorda che gli uomini, i maschi, sono capaci di gesti orribili. Di essere dei mostri. Ancora una volta ho fatto i conti con questo: anche qui è uno scrupolo di coscienza, un monito. E’ per tenerti in guardia: ricordarti che contemporaneamente a grandi slanci siamo capaci di fare il male. Saperlo, averlo sempre a mente, un po’ ti aiuta e un po’ ti rovina. Ed è lì la grande sfida: saper mediare con se stessi senza distruggere gli altri.

Ho letto un giorno una bellissima definizione dell’amore: l’amore è sacrificio. Amedeo ha sacrificato tutto per me. Ha rinunciato alla sua patria, alla sua lingua, alla sua cultura, al suo nome e alla sua memoria. Ha fatto di tutto per rendermi felice. Ha imparato l’italiano per me, ha amato la cucina italiana per me, si è fatto chiamare Amedeo, in breve è diventato un italiano per avvicinarsi a me.

In “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” di Amara Lakhous (libro e autore che consiglio) c’è questa bellissima frase. Condividerla e metterla lì è il modo migliore per compensare le lacrime, la sofferenza che provo. Mi piace aiutare gli altri ma mi rendo conto che il mio essere in difetto è dato proprio da questo: aiuto ma non sacrifico niente. Non rischio niente di me stesso. Non sono un pessimo attore: sono un pessimo trapezista. Mi rifugio dentro un circo con la corda sotto quando non mi serve. Un’altra sconfitta

Alle molte donne che in questi giorni mi hanno fatto pensare.