la rivincita di un popolo

Premessa: l’ultimo gioco dura 8 minuti con quattro match-point annullati

Goran Ivanisevic era un perdente di successo. Giocava con quello che tecnicamente si chiama “serve and volley”: praticamente si punta molto sul servizio, forzandolo in posizione e potenza per mettere in difficoltà l’avversario. Dopo la battuta si va immediatamente a rete per fare il punto. Quantomeno questa è l’intenzione. E’ un gioco che prevede velocità e potenza, oggi non esiste più. O quantomeno è ritenuto quasi antiquato. Parliamo di un tennis dove i picchiatori da fondo campo erano visti come degli stupratori dello spettacolo (oggi l’attuale numero 1 del circuito ATP, tal Novak Djokovic, rientra nella categoria degli stupratori). E’ un gioco che esalta l’erba e il suo luogo sacro, cioè Wimbledon. Mi piacerebbe andare a Wimbledon, forse vedere la finale sul centrale sarebbe troppo ma un giro non ci starebbe male. Anche solo per rievocare lo spirito della Crazy Gang…

Anche Patrick Rafter era un perdente di successo. Qualcosa nella sua carriera di grande l’aveva ottenuto (2 Slam, è stato numero 1 del circuito per una settimana) ma aveva perso molte volte. Era la bestia nera di Andre Agassi, prima del mostruoso Federer-Nadal del 2008 gli incontri più cruenti della storia di Wimbledon erano stati giocati da loro due. Anche a lui piaceva il tennis veloce, si esaltava nel “serve and volley”. A pensarci è quasi separato alla nascita con Ivanisevic: le loro sono due vite parallele che sembrano uscite da un film. Per rimanere nel gergo britannico una “sliding doors” del tennis.

In un giorno di Luglio due tennisti gemelli, quasi coetanei (c’è solo un anno di differenza), due ex-talenti prodigio traditi dal fisico ed ormai in ribasso (Ivanisevic fu ammesso a quel Wimbledon con una wild card!) si confrontano in quella che è l’ultima chance della loro carriera. L’ultima grande speranza di risorgere dalle ceneri in cui erano cadute. Rafter arriva in finale dopo un’altra guerra contro Agassi, la seconda di fila, ed il talento inespresso Enqvist. Ivanisevic elimina Henman in semifinale ma soprattutto ai quarti Marat Safin. A detta di un mio amico “il più grande pazzo mai visto su un campo da tennis”: personalmente di lui ricordo dei fotogrammi di un incontro contro Federer dove in alcuni momenti umiliò lo svizzero in un periodo dove sembrava impossibile anche solo confrontarsi con lui. In questa storia la locura gioca un ruolo decisivo perché bisogna essere abbastanza pazzi per pensare una finale simile. O anche solo arrivarci. Quando entrano in campo sanno già cos’accadrà: non chi vince ma come si giocherà. Nella maniera più violenta possibile, alla disperata e forzando al limite della sopportazione umana i propri servizi. Una finale così atipica non si era mai vista. E neanche un pubblico così, più vicino al tifo da stadio che all’aplomb londinese. Chi vince potrà illudersi ancora, un’ultima dose di morfina prima del collasso finale. Chi perde sarà condannato all’oblio. Tre ore di battaglia prima della sentenza finale, della condanna a morte dettata da un mondo dove a 30 anni sei già in ribasso. E torniamo alla premessa, a quegli 8 minuti e ai servizi forzati che si frappongono tra Ivanisevic e la gloria… che alla fine arriva. Ma entrambi hanno capito che il loro destino si è consumato, è già scritto: la Storia li ammette giusto nell’attimo prima che li possa escludere

E allora ci si può chiedere: perché Ivanisevic è felice se Wimbledon è l’ultimo minuto di gloria? Non è felice per sé. E’ felice perché è un croato. E’ felice perché per la prima volta un croato ha vinto qualcosa di grande, con la propria bandiera e la propria patria. Ero in Croazia in quei giorni, avevo 12 anni. Mi ricordo la gente incollata davanti alla TV, le urla e le lacrime. Non era semplicemente uno slam vinto ma era la rivincita di un popolo. Per la prima volta la Croazia sportiva poteva alzare la testa dopo che per due volte ha dovuto abbassarla sul più bello. Ad un passo dalla leggenda. La prima volta fu nel 1993, su un autostrada tedesca, quando morì il più grande atleta che la Croazia abbia espresso e forse esprimerà: Drazen Petrovic. E’ come nell’immediato dopoguerra italiano fosse morto Fausto Coppi. Ti saresti sentito, senza speranze. Drazen Petrovic era talmente carismatico che non potevi subire il suo fascino, figuriamoci chi in lui vedeva l’alfiere di un popolo martoriato dalla morte e dalla violenza. La seconda volta fu quando Liliam Thuram spense il sogno di una nazionale fortissima, che comprendeva campioni incredibili. Tutti in una sola squadra. Per una volta sola, radunati a scrivere la leggenda. Ma condannati nonostante Davor Suker capocannoniere. Condannati nonostante Boban, Prosinecki, Stanic, Asanovic, Jarni. Uno solo di questi farebbe la differenza. E giocavano tutti insieme. Stavolta no, stavolta uno di noi ce l’ha fatta. E’ riuscito a rompere la maledizione e far capire al mondo che anche i croati possono vincere.

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no people, no cry

E’ finito il mio campionato di Rugby. E’ morto Franco Mancini. Cos’hanno in comune? Le lacrime. Oggi parliamo di lacrime.

E’ finto il mio campionato di Rugby. Marco Polo-Bassa Bresciana Junior 12-21. Una sconfitta beffa, dopo mesi a sputare l’anima e soffrire per sconfitte anche tragiche. Dopo mesi dolorosi. Una partita intensa, giocata da rugbisti. Mettendoci il coraggio perché, come disse un saggio,

Io do per scontato che i rugbisti siano coraggiosi. Il coraggio è la base minima del nostro sport

Perché perdere 71-0 (e dicasi settantuno!) solamente una settimana prima ti fa pensare, ti rendi conto che puoi essere scarso ma c’è un limite a tutto. E forse ti mette malinconia perché nel 71-0 hai giocato 80 minuti e sei stato anche accettabile mentre nel 12-21 hai giocato 10 minuti. Ma stai sbagliando, è una sega mentale. Abbiamo perso, impedendo agli avversari di giocare ma costruendo anche qualcosa. Lottando metro dopo metro. Forse c’era in palio qualcosa di più. Più del punteggio. C’era la differenza tra giocatori e rugbisti. Tutti, chi per 80 chi per 10 minuti, siamo diventati rugbisti. Perché ci siamo messi sotto i pali, in cerchio, ed il nostro capitano s’è messo a piangere. Perché non avevamo vinto nonostante la partita fatta ti fa rendere conto che qualcuno ci tiene. Ma davvero. E non ha paura di piangere. Perché lottare fino in fondo per qualcosa e perderla ti mette tristezza. E tenersela dentro sa d’ipocrisia. E noi, i suoi compagni, lo abbiamo guardato. Chi ha pianto e s’è tenuto con sé, chi s’è sfogato con il compagno. Ma tutti, chi per 80 chi per 10, abbiamo capito il perché di quelle lacrime e non ci siamo detti che gli uomini non piangono. Perfino quel liquido sgorgante dai nostri occhi aveva una sua dignità. Oggi c’è allenamento. Il primo da quel momento, il primo dopo il lunghissimo terzo tempo. Oggi ci saremo. Anche se è finito il campionato. E’ il segno di chi non si rassegna, di questo sono orgoglioso. E mi rendo conto che il cronometro è solo una sega mentale.

E’ morto Franco Mancini. Chi era Franco Mancini? Come disse un saggio

per me era il portiere ideale come comportamento in porta, ecco, ed anche perché riusciva a comandare tutti i sedici metri. Spesso anche fuori

Portiere, libero, acrobata, devoto di Bob Marley. Un personaggio. Almeno a vedersi così. Poi si vedeva lo stile, la professionalità, la dedizione al Boemo. Uomo fondamentale  del gioco zemaniano. Lo aveva seguito praticamente ovunque e continuava a seguirlo, nel passaggio dal campo alla panchina. Chi meglio di lui poteva allenare i nuovi portieri di Zemanlandia? In fondo, con la difesa a centrocampo, il portiere deve comandare una porzione di campo di 40×60 (metri). Mica pochi. Bisogna essere preparati apposta. Non è un caso che molti portieri tarati con un calcio diverso potrebbero giocare solo in C (vedasi Anania, fino all’anno scorso in C2). Il portiere zemaniano è un ruolo apparte: un mix  apparentemente innaturale ma unico nel suo essere. Franco Mancini aveva preso tutto questo e lo aveva trascinato con sé, nel suo cuore. A prezzo della fatica. Non è facile essere portieri: farlo in questo modo, con grande serietà e irruenza è quasi eroico. Una morte improvvisa, la sua. Incredibile, perfino assurda. Così tanto da attirare malignità. Tanti lo hanno ricordato ma nel giorno del funerale, accanto a quella bara, c’è stato un uomo. Un saggio. Lo stesso citato sopra (il primo saggio, quello del coraggio, è il grande George Coste) ha pianto. C’è chi le ha sottolineate, come se piangere per le persone importanti fosse strano. Come se quell’uomo, così enigmatico e muto, per la prima volta tirasse fuori dei sentimenti. E’ lo stesso principio di sopra, spostato dal piano del qualcosa a quello del qualcuno. Perdere chi vogliamo bene è terribile. E anche lì piangere sembra un segno di debolezza, farlo sì ma in privato. In silenzio. Perché a farlo in pubblico diventa una notizia o perfino qualcosa di cui vergognarsi. E poi capisci che il giudizio degli altri è solo una sega mentale.

A chi ha il coraggio e la forza per piangere. Perché come scrisse uno stronzo

mi mancano tanto le lacrime: a volte mi sento un mostro ma forse le ho perse per strada. Tutto questo oggi non conta.

Contro Lionel Messi

Sì, avete letto bene. Contro. Ora che ho chiarito l’equivoco posso cominciare

Preside, Astariti non è bravo, Astariti è un “primo della classe”. Astariti non c’ha i capelli tagliati alla mohicana, non si veste come il figlio di uno spacciatore, non si mette le scarpe del fratello che puzzano. Astariti è pulito, perfetto. Interrogato, si dispone al lato della cattedra senza libri, senza appunti, senza imbrogli. Ripete la lezione senza pause: tutto quello che mi è uscito di bocca, tutto il fedele rispecchiamento di un anno di lavoro! Alla fine gli metto 8, ma vorrei tagliarmi la gola! […] Ma perché Astariti è la dimostrazione evidente che la scuola italiana funziona solo con chi non ne ha bisogno!

La citazione è tratta da una scena memorabile di un bellissimo film di Daniele Luchetti, “La Scuola”. Siamo allo snodo centrale del film: le pagelle di fine anno. Si devono valutare gli alunni ed uno dei professori, Vivaldi (interpretato, molto bene, da Silvio Orlando in un film con un cast notevole), si schiera contro Astariti. Il secchione. Per il semplice fatto che è scolastico, non dimostra originalità e personalità. E’ uno studente modello per certi professori ma imperfetto per altri, che puntano alla valorizzazione delle persone e non delle capacità mnemoniche. Il monologo scatena un 48 all’interno del corpo scolastico, Vivaldi è difeso solo da una collega la quale capisce le ragioni di fondo e dichiara, con molto coraggio, che la capacità di un professore si vede con gli studenti meno bravi o più problematici.

Prendete la sezione calcistica del F.C. Barcelona. Fortissima, vincente, perfetta. La squadra più forte del mondo. Vince trofei su trofei, gli avversari ogni volta che vengono al “Camp Nou” subiscono punteggi tennistici. Insomma, la rievocazione calcistica dell’ “Invincibile Armada”. E siamo ben lontani dall’affondarla. Un modello assoluto e senza difetti. Lionel Messi è l’incarnazione di tutto questo. Una creatura costruita da questa macchina, l’uomo che l’ha elevata a perfezione. Il simbolo. Mercoledì avrebbe raggiunto un altro livello di perfezione: Messi è il primo giocatore della storia della “Champions League” (nell’epoca della vecchia “Coppa dei Campioni” qualcuno ci era riuscito) a segnare 5 gol nella stessa partita. Record su record, trofei su trofei, vittorie su vittorie. Che siano questi gli unici indicatori per definire il calcio? E’ storia vecchia. Basta rievocare la leggendaria frase di Sacchi su Angelo Colombo, il cui metro di giudizio era il fatto di aver vinto più di Maradona. La “Gazzetta” di oggi si chiedeva, come fanno tanti, se Messi sia più forte di Diego. Sacchi scrive spesso sulla Rosa, la risposta non è difficile da intuire. Non c’interessano i numeri, i trofei. Quelli se li mangia il tempo. La poesia resta per sempre, essa non distingue tra vincitori e vinti. Non distingue tra persone importante e genti meccaniche e di piccolo affare.

A chi pensa che non serve conoscere i "Promessi Sposi"

Nelle stesse ore di Messi in un altro luogo si scriveva la storia. Nicosia, Cipro. L’APOEL diventa la prima squadra cipriota della storia a raggiungere i quarti di finale della “Champions League”. Ci è riuscita con un melting pot clamoroso, con un allenatore che ha praticamente allenato solo l’APOEL, partendo dal primo turno preliminare. Dall’ultimo gradino. Ed è lì, come il F.C. Barcelona. Chi li conosceva prima Chiotis, Ailton, o Paulo Jorge fino a sei mesi fa? Ditemi chi. Non mi risultano in Italia conoscitori di calcio cipriota, forse Bizzotto ma forse. Questa è poesia, è irripetibile. Incredibile. E’ un sogno, una visione. Ne sarebbe stato quasi orgoglioso Rimbaud. Messi non ha niente di tutto questo, perché è scolastico. Ecco perché Astariti. E ce lo dimostra ogni volta che indossa la maglia albiceleste. Puntualmente fallisce, come un Ibrahimovic qualsiasi. Anzi, peggio ancora. E’ da libro “Cuore”. E’ quello piccolino, nato sfigato (per carità, la sua è una brutta malattia) che con le proprie forze ce l’ha fatta. Come si fa a non commuoversi? No, noi non piangiamo. Ma non ci schieriamo con i Boateng, i Balotelli. I presunti “bad boys” del calcio. Non sono niente di tutto questo: sono la versione omologata del cattivo ragazzo. Perché alla fine giocano nella squadra ricchissima, guadagnano un sacco di miliardi e vanno a letto con la velina. Dietro la loro cattiveria, la loro diversità, non c’è nulla di umano. Non è carogna fino in fondo, com’era Franti. Ci vuole divertimento, irriverenza ed un pizzico di coraggio. Di prendersi un rischio e di vivere in maniera passionale. Messi è argentino, è figlio di un popolo straordinario capace di slanci e follie pure (il Comandante “Che” Guevara è nato a Rosario, che coincidenza). Istintivo, coraggioso, loco. E l’Artista, per una volta, non può scegliere di abbandonarsi all’improvvisazione? All’eleganza? A lasciarsi trascinare? Eppure è così. Eppure, per fortuna, c’è una speranza. C’è anche una musica per raccontarlo: un tango di Carlos Gardel. Redenzione, solo così potremo salvarci tutti.

Pregate per gli angeli

el dia y la noche

come da titolo

Che giorno era ieri? 10 Agosto, San Lorenzo. E allora? Analizziamo e lasciamo le stelle da parte.

Il giorno: un mercoledì di pieno Agosto con il Ferragosto alle porte. L’immagine è quella di una città vuota che lascia le cose a metà, almeno nei televisori piace diffondere questo. Le immagini mentono, è una Brescia più viva di quanto si possa immaginare. Non c’è il traffico del lunedì mattina ma davanti all’Imperiale il cantiere che impediva l’ingresso su Via Mantova non c’è più. Segno che il lavoro in un mese è stato fatto, a Luglio, in poco tempo e senza grossi problemi (disagi inevitabili). Non è l’unico cantiere concluso in questa estate bresciana, anche davanti alla questura i lavori sono finiti in poco tempo. A proposito di questura: di fronte c’è una fermata del pullman (la 12?). Ieri, alle 4 del pomeriggio, erano in dieci (le ho contate) ad aspettare l’autobus. Segno che la gente non sparisce di botto, ci sono meno ferie e meno soldi. In tutto incombe il crollo del capitalismo di oggi. Vuoi vedere che Oliver Stone… Tranquilli, Tremonti risolverà tutto. Tradotto in spagnolo e senza la erre moscia.

La notte: c’è stata la partita con la Spagna della squadra maschile di calcio. Prendiamo due frasi

Il risultato è occasionale, la prestazione no.

L’ha detto anche Prandelli che i risultati si ottengono col gioco.

La prima è del Maestro Zeman, la seconda di Federico Fiumani. Hanno ragione. La domanda è: c’è stato gioco? Sì, un buon gioco. Imbucate in verticale ben riuscite, pressing sui portatori di palla e forte sacrifico da parte di tutti. Un gioco dove si sono esaltate le qualità dei singoli (Cassano, gran partita la sua. Alla faccia dell’imborghesito Allegri) e il collettivo è stato a sentire il tecnico. E’ stata un’amichevole? Sì, certo ma da questo si vedono come vanno le cose. I progressi e la direzione del lavoro, anche perché è stato un avversario di tutto rispetto. La Spagna, con il suo 4-3-3, è scesa con questo 11:

Casillas, Iraola, Piqué, Albiol, Arbeloa, Xabi Alonso, Javi Martinez, Iniesta, Silva, Torres, Cazorla.

Quelli in grassetto non erano titolari al mondiale. Vediamo chi sono? Arbeloa, sostituto di Capdevila e calcisticamente al suo stesso livello (fuori non può competere). Iraola, buon giocatore dell’Athletic ma non bravo come Sergio Ramos. Javi Martinez, giovane promessa (ha 21 anni) di qualità e prospettiva. Non è Xavi, evidente, ma in un’altra qualunque nazionale europea sarebbe titolare. Albiol è un buon difensore, riserva di Pujol ma non certo un pippone o un ragazzino. Cazorla, titolare durante l’Europeo 2008. La sua mancata convocazione in Sud Africa scatenò polemiche, ha sostituito David Villa (che era in panchina). Torres, che non vede la porta da un anno, è dovuto uscire. Al suo posto Llorente, sua riserva naturale che si è procurato intelligentemente un rigore (c’era e Buffon dovrebbe vergognarsi). In generale una nazionale di buon livello, non certo una Spagna B (i subentrati, tranne Thiago Alcantara, sono tutti campeones). Hanno perso, non c’è nulla di tragico nel momento in cui non manca il gioco e la qualità. Quella che piano piano stiamo scoprendo anche noi, abbiamo un anno di tempo. Facciamolo fruttare bene, ci potremo togliere delle soddisfazioni.

Elogio di Patxi Puñal

Patxi meglio di Robben

Patxi Puñal è nato a Pamplona il 6 settembre 1975. Togliendo due anni al C.D. Leganés, squadra della cintura di Madrid (confinante con Alcorcon e Getafe, nomi di squadre famose per motivi diversi) ha giocato sempre con la maglia dell’Osasuna (era stato ceduto con probabile opzione di riacquisto dopo due anni, in Spagna è cosa comune). Non c’interessa sapere le trattative dell’epoca. E’ importante sapere di chi parliamo: è un genio del fútbol mundial. Come D10s? E’ un tipo diverso di genio. Patxi nel suo campo è un tuttofare. Il volante perfecto: quando c’è da mordere le caviglie, correre per recuperare il pallone e rilanciare l’azione è al primo posto (teniamo conto che l’Osasuna gioca con un 4-4-2 dove il lavoro di pressing degli attaccanti non è fondamentale come può essere nel calcio di Zemàn). Palla in mano è fantastico, sembra lento ma il pallone dai piedi non glielo tolgono. E’ elegantissimo, aspetta il movimento dell’avversario e se ne libera. Magari pensa un attimo e poi calibra il passaggio, quei due secondi che ha perso non sono un problema: il pallone è perfettamente sul piede dell’esterno che si è infilato sulla fascia alle spalle del terzino o pronto a superarlo prima di eseguire il cross.

Non avevo mai visto in vita mia l’Osasuna, spesso in TV. La prima volta che i miei occhi avevano incrociato quelli della formazione basca sono stati all’epoca di Javier Aguirre. In panchina con il Maestro messicano (nessuno mi ha ancora fatto cambiare idea: il suo Messico giocò il calcio migliore del Mondiale 2010) la squadra navarrana conquista un quarto posto e perde una drammatica finale di Copa del Rey contro il Betis Siviglia. Patxi a 30 anni, all’apice della carriera direbbe qualcuno. 5 anni dopo è sempre là, titolare e guida l’Osasuna verso obiettivi altrettanto importanti ma meno affascinanti agli occhi del pallonaro medio. Ieri sono stato a Desenzano, c’era Chievo-Osasuna. I clivensi schieravano la migliore formazione, uomo più uomo meno. L’Osasuna era infarcito di riserve e nuovi acquisti: solo Lobo e Patxi rappresentavano la “vecchia guardia titolare”. E’ finita 3-2, alcune affinità erano messe bene (Echaide-Jokin Esparza), altre da rivedere (Lobo-Ruben e Ibrahima-Nino) ma vedere Patxi con il suo 10 toccare il pallone e muoversi con innata eleganza, a 36 anni, fa effetto e piacere. Voglio proprio vedere Iniesta a quell’età. Patxi, te quiero e gracias. La foto e l’autografo le conserverò come il dono di un grande uomo. Un giorno verrò al Reyno, ad amare la tua maglia.

Patxi meglio dell'Erreala

108 sempre con noi

Viva T-Blanc

Fu un Tour speciale, il miglior avversario al Tour della carriera di Armstrong. Quantomeno l’unico che ci aveva provato (togliendo il capolavoro di Pantani a Courchevel). Dopo una tappa folle e una fuga spettacolare ieri T-Blanc è tornato in giallo. Mi ha fatto felice ed ha compensato la tristezza per la caduta di Vinokurov e quelle di Hoogerland (nonostante tutto ha vinto la maglia a pois, ritirandola in lacrime) e Flecha (grandissimo, altro attaccante nato come Voeckler). Probabilmente non sarà spettacolare il percorso (le tappe migliori sono quelle che arrivano a Plateau de Beille e la Pinerolo-Galibier, con Colle dell’Agnello e Izoard nel mezzo.  Nel mezzo tante tappe interlocutorie per attaccanti) però in quanto a rispetto per i ciclisti hanno da imparare molto da noi. Credo che della poesia del ciclismo debba rimanere questo: la passione di personaggi come T-Blanc ed il rispetto nonostante tutto. I trionfi e le lotte per le classiche c’interessano poco (nel mio cuore c’è ancora l’impresa di Sastre all’Alpe d’Huez) ma credo che nell’immagine di sopra ci sia il senso del mio spirito di spettatore sportivo: quel momento in cui il gregario o il guerriero supera il campione è l’unico che mi rende felice. Gli unici geni, restano fuori, a fare da colonna sonora al tutto…

We start to move. And we break the glass

7 ottobre (parte seconda)

Non sottilizziamo sul quando, il 7 ottobre sono avvenute tante cose (sempre guardando in Rete ne ho scoperte altre). Due eventi avevano attratto la mia attenzione

  • la Battaglia di Lepanto
  • la nascita della DDR
Dell’Impero Ottomano abbiamo parlato. Andiamo indietro di 62 anni, quasi. (E’ l’8 Luglio, mi preme ricordarlo). Cos’è stata la DDR? La torre del comunismo? La nazione più dopata della storia? La regina dei tranelli?

Ipazia e l'ultimo tamarro James Bond

In un’epoca in cui torna affascinante lo spionaggio la Stasi la lasciamo da parte. Concentriamoci sul comunismo e sullo sport.
Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo
Così parlava Berluska. Ha portato terrore e morte, per carità, ma non è il risultato del comunismo: sono le conseguenze dei regimi. Tutti, pure la tanto decantata democrazia. Le idee non sono giuste o sbagliate di per sé o quantomeno il discorso è soggettivo, sono sicuro che pensare non uccide nessuno (o quantomeno non dovrebbe). Il pensiero va sempre conosciuto ed analizzato, soprattutto quando non collima con il nostro (leggetevi il programma del Sansepolcrismo, pensando a chi l’ha redatto…).  Nella Germania Est non ci sono stati i carri armati, non c’era da combattere guerre o entrare in particolari discorsi di geopolitica. Non a caso la mentalità pragmatica dei tedeschi si è unita allo spirito dittatoriale della nomenklatura formando da parte un servizio segreto perfetto, dall’altro un popolo che andava avanti nonostante le difficoltà e le ristrettezze. Nel momento in cui non aveva più senso quella forma politica ne hanno ricreata un’altra, senza colpo ferire in una maniera quasi commuovente.
Gaber, in “Qualcuno era comunista” ha scritto un testo bellissimo. Molte frasi sono divertenti, qualcuna un po’ più amara e poi ha tirato le somme raccontando cosa pensava davvero. Ci ha spiegato che i comunisti credevano in qualcosa di diverso, avevano un’idea migliore del mondo (“Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.”). Ho scritto di recente, e continuo a pensarlo, che l’esistenza di persone desiderose di maggiore giustizia e uguaglianza merita sempre rispetto. Anche nella DDR c’erano persone così, che nel comunismo hanno creduto davvero, come si vede in “Goodbye Lenin”, e vederle sfruttate dal regime lo ritengo un crimine contro l’umanità. In Italia è stato negato il diritto di essere comunisti ma non il diritto della nomenklatura: conta il partito, lo schema, ma non le idee. La gente, la sua capacità di giudizio è messa da parte. Non conta.
Lo sport è sempre stata una componente chiave delle dittature, il doping di stato della DDR è leggendario. C’è un paese che vive un’accusa simile: la Spagna. E’ vero, i cugini spagnoli non avevano raccolto molti successi (a livello sportivo era una buona scuola ma mancava la propensione a vincere). E’ vero, i successi di determinati atleti (Nadal su tutti) non sembrano determinati da chissà quali doti qualitative a vantaggio di un potere fisico straripante. Certamente ci sono atleti che vincono con il doping, non sappiamo chi, ma è anche possibile che sia nata una propensione diversa. Lo sport, da sempre, rappresenta una vetrina e puntarci vuol dire molto, coscienti che il ritorno in termini di popolarità può essere molto forte. Questo è il problema, almeno da noi: manca lo spirito competitivo, quella mentalità secondo cui lo sport aveva un valore. Valore, non è necessario il successo. Non a caso l’unico sport in cui la Spagna non sta raccogliendo risultati è il Rugby ma non per questo smettono di giocare con la palla ovale. Come me, del resto.

Nel cerchio Javier Bardem

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