un brutto mestiere

Lo segno come confidential però credo che alla base ci sia una riflessione più profonda, data forse da una visione delle cose che sto accumulando in queste settimane.

In queste settimane di rugby poco giocato, domenica scorsa ho comunque finito il campionato e posso dedicarmi senza troppi rimpianti alla vita sugli spalti, il tempo viene passato comunque sul campo correndo e cercando (giustamente, aggiungo io) di mantenere (e magari migliorare) la forma fisica. Una soluzione può essere data da varianti del touch rugby, quindi con l’abolizione di fasi statiche e la creazione di un gioco abbastanza veloce dove il lavoro sulla velocità di mani, testa e gambe è molto importante. Per quanto non ci sia lavoro sui placcaggi permette comunque di sviluppare importanti skill, uno su tutti le linee di corsa (perché, per dirla con il Maestro, “non è importante quanto corri ma dove e perché corri”). In questo tipo di allenamenti, apparentemente sterili ma con una sua utilità se sfruttati bene, anche l’allenatore si cimenta (bontà sua!) ed allora ci manca qualcuno che possa “dirigere” in senso regolamentare l’allenamento, dal punto di vista tecnico ed educativo resta comunque lui. In questo compito ingrato vengo chiamato io, forse perché l’unico disposto a prestarsi o forse perché l’unico ad avere una conoscenza del regolamento ed un occhio abbastanza accurato. Insomma, devo fare l’arbitro di questa orrenda gazzarra. Ho preso il fischietto e mi son messo dall’altra parte della barricata. Com’è stato? Più duro di quanto pensassi. In primo luogo la corsa è fondamentale: devi correre tanto, per stare il più possibile vicino all’azione, e devi correre molto bene per non creare problemi al gioco (perché rischi di danneggiare una delle due squadre, soprattutto in uno sport di “spazi” come il rugby). Inoltre l’arbitro, nel nostro mondo, ha una disciplina particolare perché il regolamento prevede moltissime regole e perché la decisione è sacra. Da noi non sono consentiti non dico i capannelli dei calciatori ma neanche la minima polemica. Vieni immediatamente sanzionato, anche in maniera pesante. Giovedì, devo essere sincero, non sono stato un grandissimo arbitro e sono stato molto fiscale, forse fin troppo. Alla fine ero anche un po’ appesantito dalle continue lamentele dei miei compagni (che forse le accentuavano per il fatto che fossi io ad arbitrare) ed ho concluso fischiando a vanvera, un po’ anche irritato. Mi son reso conto che fare l’arbitro non è per niente facile: ci vuole una grande educazione, in senso tecnico ed umano, ed una grande pazienza. Non basta la conoscenza regolamentare accurata. E’ un lavoro difficile ed ingrato. Non so dire se sia in grado di farlo: certamente mi ha fatto pensare tutto questo. Sono sicuro che la stragrande maggioranza dei giocatori non hanno la percezione della cosa. E questo è un problema. Un mio ex-allenatore una volta disse che secondo lui tutti, almeno una volta, dovrebbero fare un corso da arbitro. All’epoca trovai l’opinione interessante ma non gli diedi la giusta importanza. Col senno di poi riesco a dargli il giusto valore.

Naturalmente la morale della favola non è: fate il corso arbitri della FIR e dei suoi comitati regionali. Il consiglio è di provare a mettersi, almeno una volta, dall’altra parte della barricata, di chi disprezziamo tutti i giorni perché siamo convinti che la percezione della fatica sia solo dalla nostra parte. La vita è difficile per tutti: se riuscissimo a capirlo questo mondo guadagnerebbe qualche punto in più in fiducia e rispetto.

A Nigel Owens, qui di spalle con un mio mito

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Mistificare una realtà ed inventare un futuro

Nell’ambiente rugbistico bresciano, salvo qualche momento estemporaneo, l’evento che scatena il vociare e le chiacchiere da terzo tempo è stato l’articolo pubblicato giovedì scorso dal “Giornale di Brescia” sulla situazione societaria del Rugby Brescia.

Tralasciando le chiacchiere da bar, intese come voci incontrollate nelle quali s’insinua sui possibili mandanti, vien da chiedersi perché ci si occupi solo adesso di un problema del genere. Che il Brescia abbia problemi economici e non navighi in acque esaltanti è cosa nota da diversi anni. Forse l’ultima stagione di spese importanti, nulla di esagerato ma comunque in linea con l’A1 dell’epoca, è ormai vecchia di tre anni sebbene molti riconducano ancora più indietro le origini della crisi della società di Via della Maggia. Chi segue il Brescia ed è in rapporti con i giocatori e la dirigenza sa benissimo che le politiche di ridimensionamento sono iniziate quando, piano piano, sono cominciati a mancare sponsor e soci. Le beghe tra i diversi dirigenti sono state enormi ed in poco tempo queste persone o hanno lasciato il rugby o hanno portato le loro disponibilità da altre parti. Naturalmente è una libera scelta, nessuno li obbligava, ma viene da chiedersi come nel tempo ci siano stati moltissimi disimpegni e pochi accoglimenti. Il rapporto tra i diversi finanziatori e dirigenti è solo la punta dell’iceberg di problemi che sono stati evidenti sul campo. Nel tempo, oltre a disponibilità economiche, si sono perse competenze: dirigenti capaci, allenatori preparati, persone che stavano vicino con grande solerzia alla prima squadra e alle giovanili, le difficoltà dei club giovanili che raccoglievano risultati lusinghieri (i tanti giovani usciti dal vivaio dimostrano qualità e qualcuno è già pronto per buoni livelli). Spesso le persone che andavano via, per motivi tecnici o personali, se ne andavano senza ricevere la giusta riconoscenza: un grazie, più che altro formale, o poco più. Nell’ambiente ovale sappiamo benissimo, è il segreto di Pulcinella, che il Brescia, inteso come società, si è fatto terra bruciata perdendo persone che rappresentavano il patrimonio numero uno e pretendendo troppo da imprenditori che potevano dare un piccolo aiuto. Nel mezzo i giocatori che, diciamolo, oltre quanto dimostrato in questa stagione non possono proprio fare. Certo, le delusioni sul campo feriscono (sono stato io per primo ad uscire rabbuiato e furioso dopo la pessima partita contro Rubano) ma questi ragazzi hanno alibi enormi: in primo luogo l’inesperienza (per molti è il primo vero campionato di A1, dopo anni di categorie minori o giovanili. Sono in pochissimi ad aver già calcato le “alte” categorie), poi il fatto di doversi confrontare tutti i giorni con l’insicurezza economica e gestionale (se la società, in primis, non è tranquilla è difficile che i giocatori possano giocare con la mente sgombra) ed infine la sfiducia che nel tempo può crescere. Il campionato è quasi finito e la salvezza è ad un passo: sarà un altro campionato di A1 e magari averne già uno nelle gambe, con tutte le ingenuità viste quest’anno, potrà essere molto più lusinghiero. Ma bisogna continuare su questa strada, probabilmente con le stesse persone accompagnate da una guida (non necessariamente un allenatore) che tenga su la macchina e dia delle linee d’indirizzo: compito che negli anni passati ha saputo fare, con ottimi risultati (e sfido chiunque a dire il contrario), Jean-Luc Sans. Indubbiamente servono soldi per fare un A1, questo indifferentemente dalla spada di Damocle della gestione dello stadio “Invernici”, ma non si può fare a pezzi una macchina dove sono stati cambiati tanti pezzi e alla quale sta finendo il periodo di rodaggio. Dopo Maggio sarà il primo tagliando di una squadra giovane, senza stranieri, e pronta a tutto pur di farcela. Parliamo di giocatori che sono disposti a lottare ma non a reggere un altro anno di stress ed insicurezze. Chi potrà cambiare questo clima?

Con questa domanda entriamo nel secondo aspetto, a mio parere quello più grave, di questa vicenda. Nell’articolo vengono citate due società: il Lumezzane ed il MarcoPoloCUS, in quest’ultima milito e quindi mi sento coinvolto “direttamente”. Ho postato solo l’articolo di Laura Almici ma anche nel corsivo, sul giornale si trova, di Gianluca Barca, vengono citate (ed indirettamente si lancia l’amo verso il Botticino, vox populi questa che mi sento di condividere). La domanda è: chi le ha contattate? Si fanno i conti senza l’oste, anzi gli osti perché qui sono due (se non tre). Non parlo della mia società ma sono sicuro di una cosa: il Lumezzane, con tutto il rispetto e gli investimenti fatti, mai e poi mai andrebbe a mettere mano in una situazione del genere. E’ un salto troppo forte per loro. Gli investimenti, pesanti ed innegabili, per la prima squadra servono a dare una stabilità, negli anni a venire, in B dove poter poi lavorare su una base di strutture e giovanili. Alle spalle c’è comunque un dirigente competente e stimato come Mike Gosling, uno dei migliori presenti sul territorio. Non è che perché il Lume acquista tanti giocatori è disposto a spendere 300mila euro sull’unghia senza un ritorno reale. Non ha la forza per buttarsi da solo in un’avventura del genere. La vera sconfitta non è questa ma sapere che non è stata rispettata la deontologia giornalistica. Scrivere un articolo senza controllare, a dovere, le fonti ma citando e buttandosi in una questione fino ad ora ignorata (spesso il “Giornale di Brescia” ha dimostrato d’ignorare tutto ciò che non provenisse dalle maglie giallo-nere del Calvisano), di un problema che, lo ribadisco, stava diventando il segreto di Pulcinella. A meno che, e siamo alla dietrologia, qualcuno non ha armato la penna di Almici e Barca sapendo di scatenare un ’48. Personalmente non ci credo: credo e temo che sia solo semplice incapacità di occuparsi, a fondo, di un problema reale.

Non sappiamo come andrà: spero che il Brescia possa restare in A1 e giocarsela per le risorse e i mezzi che ha, più di quelli che si credono. Sicuramente speriamo tutti noi, amanti del rugby, che i giornali parlino di noi con più attenzione stando attenti alle informazioni che ricevono e trattandole con i piedi di piombo senza cercare lo scoop ad ogni costo.

A New Future: Sasha Grey e la musica

Premessa: l’anno scorso, di questi tempi, dovevo pensare un blog. Lo intitolai (c’è ancora, con le sue rarissime tracce) “Piccolo Immaginario Underground”. Insomma, parlavo di cose strane e sfigate che non conosce nessuno. L’intenzione di riprendere il blog, in verità con intenti personali e lavorativi, è forte ma mi sembrava interessante ricominciare con una piccola perla da immaginario underground. Un omaggio ad una donna che stimo davvero.

Domani, al Dude Club di Milano, c’è la prima data italiana del dj-set di Sasha Grey. Chi sia Sasha Grey è interessante saperlo da lei stessa più che andare a caccia delle centinaia di video e foto su di lei. E delle prestazioni sessuali c’importa ben poco. Il punto è: quanto davvero interessa la musica a chi andrà a vedere Sasha Grey? Ben poco, temo e credo. Anche perché non sono in molti, oggettivamente, a conoscerla come musicista e come amante della musica.

Qui parla del suo gruppo, gli aTelecine, ma si concentra anche su altre cose, su alcuni dei suoi riferimenti. E cita nomi di tutto rispetto: Throbbing Gristle, Einstürzende Neubaten, Aphex Twin. Sarò sfigato io, e può essere, ma non conosco tanta gente che cita tra i suoi riferimenti musicali tali gruppi od artisti. E’ probabile che non li abbia mai sentiti nominare. Invece Sasha li conosce, ne parla con cognizione di causa (cosa non da poco per un’epoca come la nostra dove basta la citazione a casaccio per sentirsi importanti, vero Seth MacFarlane?) e li applica nei suoi dischi. O quantomeno sono fortissimi gli echi industrial nelle canzoni degli aTelecine, soprattutto nei campionamenti.

Ascoltiamo una canzone come questa: lost, perduti. E qui non credo che J.J.Abrams sia coinvolto. Perduti, nello spazio? Forse ma non è psichedelia alla Flaming Lips. E’ una dimensione oscura, inquieta che spesso ha rappresentato il terreno dominante dell’industrial, di certo ambient e certo noise-rock. C’è tanto per restare perplessi e tantissimo per restare affascinanti. Ci credereste che qui c’è il lavoro e l’impegno di una donna che ad un certo punto, in piena libertà, ha detto: “smetto con il porno!”? Eppure, segaroli di tutto il mondo, unitevi!, è così! Qui c’è una scelta, precisa e ponderata, di smetterla di prenderla in culo e scegliere qualcos’altro che le piaccia. Personalmente apprezzo questa libertà di scelta, perché è quella che dovremmo fare tutti noi nella vita di ogni giorno, ed apprezzo il modo in cui lo ha fatto: sotto la luce del sole. Noi dovremmo chiederci: noi siamo così onesti nelle nostre scelte? siamo in grado di rispettare le scelte di qualcun’altra o siamo sempre ancorati a dei ricordi senza accettare i cambiamenti? Mi auguro che chi andrà in questi giorni a vedere Sasha lo faccia per cognizione di causa e non con la logica del fenomeno da baraccone.

Il circo non ci piace