turc(hi)a, europa

Che idea!

Togliete la sedia: avete una turca. Per la prima volta son riuscito a cagare in una versione assurda del cesso. Son soddisfazioni, sono fiero di me.

Abbiamo ascoltato tutti, sentito le ragioni delle diverse parti e lavorato per arrivare a soluzioni condivise, ma ora non si può più perdere tempo altrimenti rischiamo di restare fuori dall’Europa e questo sarebbe inaccettabile

Sono parole del Berluska, sugli scontri riguardo la TAV. Fuori dall’Europa…

  • Belgio: un anno senza governo
  • Grecia: misure lacrime e sangue per la gente, la ricetta di Papandreu per “salvare” il suo paese dal default.
  • Portogallo: centro-destra al governo e probabile manovra di stampo greco
  • Spagna: “Indignados” combattuti con la violenza politica, 700 prigionieri politici in Euskal Herria. Anche lì la TAV si deve fare, secondo la nomenklatura
Adesso mi vengono questi ma ce ne sono altri. E’ l’Europa del manganello, del “io so’ io e voi nun siete un cazzo”, del “si deve fare”. Mi sembra che sotto quest’ aspetto siamo ampiamente dentro, in fondo siamo a 10 anni da questo.
Concludo con una confessione divertente: mi piace leggere il Blob della Gazzetta, ogni lunedì. L’ultimo concludeva con due frasi particolari. La prima è di Shakira… e uno si tocca (ci siamo intesi 😉 ). La seconda è di Ricky Rubio
Oggi ho sognato che finiva il mondo
Lo capite da soli che la prima era una sega ma la seconda era una grattata!
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Doña Letizia

... e tutti mi dicevano che ero ben vestita

Gaetano Bresci disse, o quantomeno la memoria lo ricorda così…

Io non ho ucciso Umberto, ho ucciso il re. Ho ucciso un principio.

Uccidere un principio vuol dire che esso non si ripresenti più, questo è rivolto anche a chi rimuove l’iconografia monarchica, ma non sottilizziamo. Non è questione di distinguo (Bresci ha fatto benissimo, lo ringrazio nei secoli a venire). E’ stata fatta a Girona (a proposito, bellissima città) durante un ciclo di conferenze alle quali ha parlato il Principe Felipe. Delle conferenze me ne sbatto e torno su Letizia. E’ la didascalia, di mia invenzione, che va contro il principio. Vestirsi bene attira le simpatie della gente, soprattutto quando hai fascino ma dopo? Cosa resta dentro di noi? Qualche dettaglio della tristezza delle persone. Il principio che dovremmo uccidere è l’indifferenza, non la solitudine.

l’amour

Touché

locura

Ho letto mille commenti, ho girato centinaia di siti. Volevo scoprire cosa potessero pensare di Marcelo Bielsa. Levando il classico “ma chi lo conosce” ci sono stati due tipi di commenti che mi hanno lasciato basito:

  1. Farà la fine dei vari Menotti e Terim, allenatori capaci solo dalle loro parti.
  2. Bielsa? E’ un suicida, tanto vale prendere Zeman
Per qualche strano motivo gli allenatori stranieri, vincenti all’estero, sono venuti in Italia con le stigmate dei profeti e molti di loro hanno fallito (su tutti il Re dell’Intercontinentale, Carlos Bianchi). Un conto è fallire come fece Bianchi, o il citato Menotti, un conto è fallire come Terim.

Un grandissimo allenatore, le sue squadre sono un mix di agonismo devastante (in grado di rimonte epiche). Nel nostro paese offrì un grande calcio ma non un presidente che gli credette (prima si ritrovò Vittorio Cecchi Gori ad un passo dal fallimento e nel secondo il peggior Berlusconi come presidente del Milan. Ricordo certe contestazioni…).
E’ questo pregiudizio, per avvalorato dai nostri giornalai sportivi: gli allenatori stranieri non sono in grado di reggere il tatticismo italiano mentre i nostri, avendo sia qualità di gioco sia tattica, sono in grado di vincere anche all’estero. E’ vero, qualcuno dei nostri sta andando bene (su tutti il Trap) ma non è così facile. All’estero ci sono fisionomie diverse, modi di pensare che sarebbero improponibili da noi. E’ vero, le piccole squadre contro le grosse all’estero rischiano di prendere anche 6-7 reti ma giocandotela hai una possibilità: chiudendoti in 10 dietro la metà campo puoi vincere con il classico tiro in porta e barricate. Temo sia improponibile una squadra come il Messico di Aguirre all’ultimo mondiale, decisamente la migliore per distacco in base al gioco espresso: in fase di non possesso giocava con il 4-3-3. In fase di possesso diventava un 3-4-2-1 con gli esterni difensivi che andavano a centrocampo e il mediano che arretrava insieme ai difensori. In modo tale da avere sempre 7 giocatori con le quali compiere le due fasi. Una cosa del genere non è geniale e poetica allo stesso tempo?
Il suicidio tattico di cui si parla è una follia, palesemente una cazzata. Il 3-3-1-3 è sicuramente un modo spregiudicato di giocare ma è coraggioso, è piacevole e puoi andare incontro a qualsiasi cosa. Nel bene e nel male. C’è stato un uomo che ha applicato questo gioco, riuscendo a portare a casa qualche risultato: Ezio Glerean. Sandonà, Cittadella, Bassano. Tre formazioni, tre province, tre colori diversi delle maglie. La stessa regione, lo stesso modulo, gli stessi risultati. A Bassano ha aperto la strada all’attuale formazione che si barcamena tra i jeans e la decadenza (una finale di Coppa Italia di C vinta, tantissime regine della Terza Serie non possono dire lo stesso) .

A Sandonà un calcio visionario e probabilmente i migliori risultati di sempre sulle sponde del Piave. A Cittadella il capolavoro e non ne voglia un bravo tecnico come Foscarini (ha realizzato anche la promozione dell’Alzano, come dimenticare). La vera pugnalata al cuore è sentire queste parole verso il Maestro boemo, come se fosse disgustoso quello che fa. Che sarà mai…  E’ un calcio vero, dove anche facendo le nozze con i fichi secchi si porta a casa qualcosa (il Foggia dubito che senza questa stagione appena conclusa poteva parlare di una successiva). Ci si deve divertire, appassionare alle cose. Non necessariamente devono finire bene ma le emozioni che si provano nessuno potrà rubarcele.
Si deve cercare di mantenere la passione dei tifosi e dare, cercare di giocare per i tifosi. Dare spettacolo. Io penso che non basta vincere 1 a 0 per essere felici e contenti se non si è dato niente alla gente. Penso che la gente debba tornare a casa contenta… Che ha visto qualche cosa, e si è divertita.
Il problema non è nei rovesciamenti di fronte che può subire un organico che gioca a zona, usa le tre punte o schiera la difesa a centrocampo: il problema è il non saper vivere nel piacere della vita senza evidenti (per gli altri) soddisfazioni. Io voglio innamorarmi, anche solo per una sera. Guardare qualcosa che mi folgora, tanto non avrò il coraggio di fallire e sognerò inutilmente. Questi uomini non hanno bisogno di sogni perché provano già a realizzarli. Il miglior approccio che si possa avere della vita.

giù le mani

Si parla tanto del referendum e del fatto che andare (o meno) a votare sia una scelta. La prima volta che mi è capitata una situazione del genere era in prima media: erano le politiche del 2001 (quelle, per intenderci, che hanno portato ai girotondi e alla morte di Carlo Giuliani). Ricordo la mia professoressa d’Italiano (devo andare a trovare a lei e alla prof.ssa Ansaldi), si chiamava Quartarone. Ricordo che parlava dell’astensione come di una cosa terrificante, forse non un crimine ma certamente il voto era il riconoscimento della democrazia. Da quella dichiarazione sono passati anni, ben 10. Alla presidenza del consiglio c’è la stessa persona

Tutto cominciò così...

Tralasciando Berlusconi e il volto non troppo sconvolto della madre di Nanni Moretti (non oso immaginare le facce dei miei anche se qualche canna se la son fatta pure loro, negheranno spudoratamente) quello che so è cosa penso io. Del fatto che il voto l’ho trovato come uno strumento inutile, prima di tutto perché le cose non cambiano (per colpe tutte italiche, mi vien da pensare che all’estero probabilmente voterei senza alcun indugio. A sinistra, soprattutto Die Linke). Non voto anche perché vedo nello strumento del voto una presa in giro di quel principio che enunciava la prof.ssa Quartarone. Quale democrazia rappresento barrando un simbolo o due lettere dell’alfabeto? (in base alla convenienza morale ed ideologica). La democrazia ed il voto vanno difesi ogni giorno, combattendo per quello che si crede (e può essere anche una squadra di calcio, per quanto ne possano pensare i lettori del “Fatto Quotidiano”)

Votare o non votare è una scelta, non condivisibile sotto i diversi aspetti ma è una scelta. Un diritto di ognuno. Mi fa schifo pensare che al momento opportuno votare diventa sbagliato o giusto. E’ questione di coerenza? Bisogna sempre andare al seggio o sempre stare a casa? No. E’ questione di organicità, non necessariamente essere coerenti. Avere chiare le proprie azioni e conferirle dietro un quadro di onestà. Certo, è importante essere coerenti ma puntando sulla dogmaticità di essa si rischia di crollare. L’uomo è tentatore, è tentato e sbagliare fa parte della sua indole. Essere tutto d’un pezzo mi sembra quasi assurdo (anche se oramai contraddirsi è diventato un piacere, ecco: quello va evitato). De André ammise di aver votato per una volta la D.C., di averlo fatto per rispetto ed amicizia di un amico iscritto nelle liste dello scudo crociato. A poche ore dal voto mi chiedo cosa farò, andrò, ma quante schede ritirerò: forse non tutte. Guarderò che le cose si sviluppino, che si godi dell’entusiasmo momentaneo ed allora mi chiederò: e dopo? Aver lasciato un corpo per terra basta e avanza? La guerra non finisce nel momento in cui si rinuncia alla ricostruzione. Ho visto la manifestazione fatta dagli ultrà dell’Atalanta ed ho visto qualcosa che vale, ben di più degli spot (la cagna m’incita a stare a casa). Ho visto coraggio e cattiveria ed ho sentito la dichiarazione di un uomo accusato di 416:

noi accetteremo qualsiasi responso ma vogliamo l’accertamento dei fatti, non i processi fatti in televisione su frasi che da sole non significano niente

Non è il bieco garantismo che vuole Berluska: è ben di più, non è per tutti pensare una cosa del genere. L’ha detta un giardiniere accusato di associazione per delinquere che è dovuto andare in esilio per due mesi.

P.S. Ho un nome ed un riferimento. Ti ritroverò Laura, ti rivedrò. Alla prossima puntata.

ridatemi Scrubs!

Premessa: niente ideologicamente cannato. Via i referendum, via Cesare Battisti e via Pontida.

Svolgimento in tre atti:

  1. Hellas Verona-Salernitana: voglia matta di andarci, voglia matta. Possibile il ritorno a Salerno, anche l’andata lo sarebbe. Prezzo parecchio modico, tentazione folle del treno (al risparmio totale). Altissimo, tuttavia, il rischio di ordine pubblico e la trappola della celere. La partita? Sono più forti loro ma il coltello dalla parte del manico ce l’abbiamo noi. Con Fabinho e Ragusa li possiamo bucare sugli esterni, riuscire a mettere dalla propria parte la partita d’andata vuol dire avere la promozione in tasca. All’Arechi sarà molto più facile.
  2. Le ferie, non le voglio fare però sono stanco e pigro in una maniera devastante. Insomma, non ho voglia. Il ritorno ad uno stato di bulimia fisica rischia di essere preoccupante. Ci vuole un incentivo mentale che deve venire da me, devo sforzarmi. Un aspetto che coinvolge questo è l’assenza, da moltissimo tempo, da un palco. Non vado più ad un concerto.
  3. Il riflesso del punto 2 si chiama libro: sto tornando a divorare volumi su volumi. Adesso mi sto dedicando ad un libro sull’amore tra Fausto Coppi e la Dama Bianca. Preso, lo confesso, perché l’ha scritto Alessandra De Stefano (sì, proprio lei, la peregrina RAI delle due ruote). Decisamente scorrevole, forse troppo? Comunque sia discreto e con elementi interessanti: per esempio ho scoperto che nel ’47 DC e PCI votarono insieme per rendere anticostituzionale il divorzio. Non ci riuscirono per soli 2 voti. Credo che si commenti da solo. I prossimi? Chomsky, al lavoro, ed altri tre da comprare. L’ultimo di Elvira Dones (chissà a chi ho dato “Vergine Giurata”…), un libro sull’Athletic Club Bilbao e l’ultimo di Fiumani.
Conclusione: il passato è bello da evocare ma combattere per un futuro migliore è sempre meglio. A costo di sacrifici perché come diceva Bob Kelso…
LA VITA FA’ PAURA ! Ci si abitui… Non esiste nessun rimedio miracoloso. Dipende tutto da noi. Nella vita le cose che contano non si ottengono mai con facilità