pensierini della notte

In attesa di un nuovo post, tornerò a dedicarmi all’etica, pubblico un pensierino della notte, come si potrà ben comprendere. E’ stato pensato verso le 4 di notte sul lungolago di Bardolino (VR).

In questa notte sul Garda/vado in cerca di una fontana/per dissetarmi e riordinare idee/confuse dalle luci della discoteca.

Guardo questa luna gigante/e le luci del lungolago/senza conoscere la geografia,/osservandole da solo/perché ragiono a modo mio/e preferisco non spartire.

Rappresentano un orizzonte,/dal quale provieni tu/che avrei voluto qui con me/a ballare canzoni che adori tanto.

La mia amica/sorella Alessia aveva capito che il mio atteggiamento, la mia meditazione, avrebbe portato a questo (lei lo chiama poesia. Lascio ai lettori, a quanto pare in aumento, il giudizio). Non l’ho voluta dire davanti a tutti, certe cose non mi piacciono. Accetto l’esibizionismo solamente in luoghi dove esser spettacolari rappresenta una forma di distacco, di diversità e disprezzo verso un omologazione. Penso che scrivere sia sempre una forma di libertà ed, in quanto tale, presuppone la necessità di essere espressa dove si ritenga più opportuno. Lì, con quelle persone, mi pareva sprecato. In quel momento ero solo, non sarei stato capito.

P.S. Con quel “tu” mi riferisco ad un’altra donna

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Perché?

Perché Letizia Cesarini? Dunque perché ascolto “Maria Antonietta”? Perché Federico Fiumani? Dunque perché ascolto i “Diaframma”. Insomma, è questo che sto ascoltando e turba i miei pensieri. O quantomeno le loro parole incidono profondamente sul mio presente, a tal punto da leggerci molte cose di me.

Questo è il nuovo simbolo di Letizia (ormai l’ho vista talmente tante volte che ormai la chiamo per il nome che ha). Risaliamo ormai a più di un anno fa, ad un capannone gigantesco e ad un paio di occhiali distrutti (il pogo dei Gazebo Penguins). Mi Ami 2012, concerto che ricordavamo con una risata l’ultima volta che ci siamo incontrati. Ero infreddolito, con adesivi ed un bicchiere di vino in mano, in attesa di non si sa cosa. Me l’ero segnata tra le cose da vedere, ne avevo letto bene, ma fu un lampo dettato da due fattori fortissimi:

  1. la voce, non credevo si potesse applicare ad un corpo così minuto
  2. la forza che esprimeva sul palco pur stando da sola, soprattutto in quel luogo enorme

Mi consultai con il mio compagno di viaggio e concordammo: non so chi sia né da dove provenga ma è brava. Da lì fu un crescendo Rossiniano fatto di ascolti disperati, di concerti su concerti (dovunque potevo andare ero lì, anche a costo di fare follie. Epico quando spesi 12 euro per vederla suonare mezz’ora a Monza, erano le 22:30, tornare indietro a Brescia per vedere gli Uocki Toki che cominciavano a mezzanotte). Ogni volta che vado sotto un suo palco ho sempre paura che mi guardi storto (dopo spiego perché) ma la sindrome Stalker ha perso di ogni fondamento dopo il saluto all’ultimo concerto. Sì, avete capito bene: tra una canzone ed un’altra ha avuto il tempo per salutarmi! Nelle parole di Letizia ci sono dei sentimenti che fatico a descrivere: la paura ad ammettere l’amore, l’incapacità ad affrontare la vita, la malinconia come compagnia costante. Un fondo di coraggio che mi manca completamente fa da contrappeso alla necessità di dover declinare al maschile i testi (li canto spesso in prima persona, forse per distinguere il genere). Rappresenta una voce amica, con la quale urlare il dolore e la tristezza di certi momenti. Ascoltando “Animali” ancora una volta ho trovato uno spicchio della mia vita e credo che questo faccia tutta la differenza.

Questa canzone e “Gennaio” sono tutto Fiumani. Tutto. Federico Fiumani è un poeta, negare questo vuol dire avere un problema. Qui fa il gesto più poetico del mondo: getta il cuore oltre l’ostacolo e si mostra per quel che è, con tutti i suoi difetti. Eccola lì, la mia timidezza cronica. La mia fifa da coniglio che diventa gigantesca, confrontata con il coraggio di grandi uomini come lui. “Caldo” e “Gennaio” raccontano due periodi opposti ma sono immersi nella vita in una maniera indefinita, unica. Non c’è una parola che non comunichi verità. E capire che c’è qualcos’altro oltre la new-wave, oltre Siberia, cambia tutto. E’ il dischiudersi di un modo, dal quale non puoi più fuggire. Un paese delle meraviglie, senza Lewis Carroll senza allucinazioni. Federico Fiumani è un poeta e lo ha dimostrato con l’unico disco a suo nome (“Donne Mie”, non a caso, è nel Redazionale di questo blog). E’ superiore, lo guardi con l’occhio di un devoto. Mi piacerebbe che fosse un amico ma lo ammiro sempre come se fosse seduto su un piedistallo, una statua di Michelangelo. Non son degno di lui ma mi piacerebbe abbracciarlo, dirgli quanto mi ha dato e continua a darmi. Quanto incida sulla mia vita, su quello che penso. Quanto ho bisogno di lui quando devo mettere ordine alla mia vita, quante volte l’ho fatto con una sua frase. Da diversi mesi ho scelto questa:

ogni giorni mi abbandoni per ogni giorno che mi torni a cercare e vivo quest’attesa pensando che questa curva impazzita mai retta sarà

Insomma, la mia vita con una dea. Tutto il resto mi è ignoto, aspetto una canzone per capirlo.

il turista

Poche notti fa ho sognato questo. Non chiedetemi come sia stato possibile, sono stato una volta sola a Roma. Mi scuso subito con tutti i romani, per i pregiudizi che potrebbero cogliere da questo racconto.

Mi venne a prendere alla stazione Tiburtina, non avevo i soldi per prendere un FrecciaRossa che mi portasse a Roma Termini. Era contenta di questo dettaglio, quando la chiamai per dirglielo, perché era più vicina a casa sua. Dalla voce non sapevo come immaginarmela, però mi colpì il fatto che non avesse una cadenza marcata. Siamo abituati male, associamo troppo facilmente Roma a certi personaggi da macchietta usciti dai film di Carlo Verdone, ad un modo di parlare tipico dei conduttori o di certi giornalisti RAI. Probabilmente esiste anche una Roma timida, che non si vergogna di sé ma non ostenta cosciente del fatto che la propria città ha già tanto da far vedere. Non c’è bisogno che i suoi abitanti si comportino come se indossassero dei vestiti lampeggianti. Fu lei a riconoscermi, Carola. Portava i capelli molto lunghi, fino a sotto le spalle. Era bassina ma non minuta, con le curve apposto. Mi porse un casco e mi disse di reggersi forte a lei. Guidò la sua Vespa con molta sicurezza e spavalderia. Le strade non sono come le vedeva Audrey Hepburn: sono giungle d’asfalto dove le regole non esistono, dove vige la legge del più forte. E’ meno palese ma questa regola vale anche su, al Nord, dove abito io. Siamo tutti meridionali di qualcuno e siamo tutti uguali. Lasciai la valigia a casa sua e cominciammo a girare per la città: non scendevamo a far tappe, ogni tanto mi diceva dove stare attento e aguzzare l’occhio. Non passammo dal Colosseo o dal Vaticano. Non ammirai la Cappella Sistina. Ammirai gli ambulanti di Piazza Vittorio, i casermoni di San Basilio, il Palazzo delle Esposizioni all’EUR, passammo da Ponte Milvio ma non per i lucchetti: voleva mostrarmi la sua lazialità. Era laziale ma non credevo che potesse interessarsi al calcio. Infatti mi smentì: e mica c’è solo la Lazio che vedi in TV! Siamo una polisportiva. Così scoprì il suo lavoro. In tutto questo viaggio la tenevo sempre stretta forte, non se ne curava ma io mi aggrappavo a lei con grande forza. Ogni minuto di più m’innamoravo di Roma. Ad un certo punto si fermò. Eravamo davanti al Cannone del Gianicolo. Mi disse di scendere. Scesi giù. Guardai la città, era stupenda. Mi disse: “ecco, ora hai la cartolina. Ora puoi fare il turista”. Aveva capito che avevo trovato assurdo il suo percorso e voleva darmi il contentino: mi girai a guardarla e le presi la mano. Eravamo vicini. “Come sei bella Roma”. Ma non guardavo la cartolina: ero nei suoi occhi. Lei mi aveva mostrato Roma, la sua Roma. Ed io mi ero innamorato di Roma, di lei. L’ho baciata. Sì, dietro c’era la cartolina ma chissenefrega: era solo un disegno, non era la città che avevo conosciuto e stavo amando. Non ho mai sentito dire di una città che ansima e fa l’amore. Non è accaduto perché ho fatto l’amore con una ragazza, non con Roma. Con una ragazza con una sua visione del mondo. Questo è ciò che importa davvero: amare qualcuno per quel che pensa e rappresenta di sé, delle cose, della vita.

Perché chi scrive storie ha sempre bisogno di giudici