pensierini della notte

In attesa di un nuovo post, tornerò a dedicarmi all’etica, pubblico un pensierino della notte, come si potrà ben comprendere. E’ stato pensato verso le 4 di notte sul lungolago di Bardolino (VR).

In questa notte sul Garda/vado in cerca di una fontana/per dissetarmi e riordinare idee/confuse dalle luci della discoteca.

Guardo questa luna gigante/e le luci del lungolago/senza conoscere la geografia,/osservandole da solo/perché ragiono a modo mio/e preferisco non spartire.

Rappresentano un orizzonte,/dal quale provieni tu/che avrei voluto qui con me/a ballare canzoni che adori tanto.

La mia amica/sorella Alessia aveva capito che il mio atteggiamento, la mia meditazione, avrebbe portato a questo (lei lo chiama poesia. Lascio ai lettori, a quanto pare in aumento, il giudizio). Non l’ho voluta dire davanti a tutti, certe cose non mi piacciono. Accetto l’esibizionismo solamente in luoghi dove esser spettacolari rappresenta una forma di distacco, di diversità e disprezzo verso un omologazione. Penso che scrivere sia sempre una forma di libertà ed, in quanto tale, presuppone la necessità di essere espressa dove si ritenga più opportuno. Lì, con quelle persone, mi pareva sprecato. In quel momento ero solo, non sarei stato capito.

P.S. Con quel “tu” mi riferisco ad un’altra donna

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il turista

Poche notti fa ho sognato questo. Non chiedetemi come sia stato possibile, sono stato una volta sola a Roma. Mi scuso subito con tutti i romani, per i pregiudizi che potrebbero cogliere da questo racconto.

Mi venne a prendere alla stazione Tiburtina, non avevo i soldi per prendere un FrecciaRossa che mi portasse a Roma Termini. Era contenta di questo dettaglio, quando la chiamai per dirglielo, perché era più vicina a casa sua. Dalla voce non sapevo come immaginarmela, però mi colpì il fatto che non avesse una cadenza marcata. Siamo abituati male, associamo troppo facilmente Roma a certi personaggi da macchietta usciti dai film di Carlo Verdone, ad un modo di parlare tipico dei conduttori o di certi giornalisti RAI. Probabilmente esiste anche una Roma timida, che non si vergogna di sé ma non ostenta cosciente del fatto che la propria città ha già tanto da far vedere. Non c’è bisogno che i suoi abitanti si comportino come se indossassero dei vestiti lampeggianti. Fu lei a riconoscermi, Carola. Portava i capelli molto lunghi, fino a sotto le spalle. Era bassina ma non minuta, con le curve apposto. Mi porse un casco e mi disse di reggersi forte a lei. Guidò la sua Vespa con molta sicurezza e spavalderia. Le strade non sono come le vedeva Audrey Hepburn: sono giungle d’asfalto dove le regole non esistono, dove vige la legge del più forte. E’ meno palese ma questa regola vale anche su, al Nord, dove abito io. Siamo tutti meridionali di qualcuno e siamo tutti uguali. Lasciai la valigia a casa sua e cominciammo a girare per la città: non scendevamo a far tappe, ogni tanto mi diceva dove stare attento e aguzzare l’occhio. Non passammo dal Colosseo o dal Vaticano. Non ammirai la Cappella Sistina. Ammirai gli ambulanti di Piazza Vittorio, i casermoni di San Basilio, il Palazzo delle Esposizioni all’EUR, passammo da Ponte Milvio ma non per i lucchetti: voleva mostrarmi la sua lazialità. Era laziale ma non credevo che potesse interessarsi al calcio. Infatti mi smentì: e mica c’è solo la Lazio che vedi in TV! Siamo una polisportiva. Così scoprì il suo lavoro. In tutto questo viaggio la tenevo sempre stretta forte, non se ne curava ma io mi aggrappavo a lei con grande forza. Ogni minuto di più m’innamoravo di Roma. Ad un certo punto si fermò. Eravamo davanti al Cannone del Gianicolo. Mi disse di scendere. Scesi giù. Guardai la città, era stupenda. Mi disse: “ecco, ora hai la cartolina. Ora puoi fare il turista”. Aveva capito che avevo trovato assurdo il suo percorso e voleva darmi il contentino: mi girai a guardarla e le presi la mano. Eravamo vicini. “Come sei bella Roma”. Ma non guardavo la cartolina: ero nei suoi occhi. Lei mi aveva mostrato Roma, la sua Roma. Ed io mi ero innamorato di Roma, di lei. L’ho baciata. Sì, dietro c’era la cartolina ma chissenefrega: era solo un disegno, non era la città che avevo conosciuto e stavo amando. Non ho mai sentito dire di una città che ansima e fa l’amore. Non è accaduto perché ho fatto l’amore con una ragazza, non con Roma. Con una ragazza con una sua visione del mondo. Questo è ciò che importa davvero: amare qualcuno per quel che pensa e rappresenta di sé, delle cose, della vita.

Perché chi scrive storie ha sempre bisogno di giudici

normalmente

Stamattina ho preso il pullman. Alla solita fermata, direzione Brescia. Direzione università. Normalmente scendo un paio di fermate prima del capolinea, usufruisco del servizio di bike sharing del Comune di Brescia ed arrivo. E’ un modo per risparmiare tempo e fare una sorta di stretching, che la mattina non fa mai male. Normalmente.

Oggi no. Oggi sono arrivato fino al capolinea, alla stazione dei pullman. Sono sceso per ultimo, aspettando tutti gli altri. Mi sono guardato attorno, ho camminato fino alla stazione ferroviaria. Mi sono fermato su una banchina, a guardare le persone ed i treni passare. Ho guardato qualche treno: ogni volta contavo i vagoni. Al quinto improvvisamente il mio occhio si fermava, smetteva di muoversi. Si apriva un flash, improvviso. Il vagone cambiava forma, colore, odore. Cominciava a bruciare, diventava una carcassa. Eppure si fermava, era malconcio ma integro. Scendevano lavoratori e studenti. Pendolari. Le loro facce non trasudano nulla di speciale, tranne stanchezza. Poca voglia di alzarsi la mattina (a volte mi chiedo se sia l’unico ad alzarmi alle 6 senza la sveglia). Designate per una normalità di studio e lavoro. Normalmente

Oggi no. Oggi per me, per tanti di noi, è un giorno diverso. Ho indossato una vecchia maglietta, una maglia della Salernitana. Celebra i granata, il loro ritorno in Serie A. Estate ’98. Poi arrivò quel campionato: difficile, lungo, emozionante, complicato, problematico. Il 16 Maggio 1999, ad un certo punto, la Salernitana era retrocessa. Poi, su una palla vagante in area, Vannucchi condensa la rabbia di un popolo, la sua disperazione. La comprime in un colpo di testa: è gol, 2-1. La Salernitana batte il Vicenza e continua a sperare in una salvezza che avrebbe del clamoroso

Nel momento dopo parte la corsa al biglietto: tutti a Piacenza, per la storia, per ribaltare il destino. Un viaggio lungo al quale nessuno voleva rinunciare. Un viaggio di speranza che il campo ha smentito. Un pareggio amaro, triste. Il destino ancora una volta non parla il granata: la Salernitana torna in B. Le magliette celebrative non servono più. Ora c’è il momento più difficile, l’after. Lasciare lo stadio per tornare a casa: un viaggio triste verso casa. Un viaggio che mi regalò, almeno a me, un momento commuovente (ed un giorno lo racconterò). Per molti voleva dire riprendere un treno, ritrovarsi in una stazione che solo poche ore prima era simbolo di speranza ed ora è solamente simbolo di un sogno diventato incubo. Qualcosa che non tutti erano disposti a tenere per sé. Anche lì si comprime la rabbia, la disperazione di un popolo. In violenze, saccheggi e quant’altro. Il viaggio è lungo, spaventoso, interminabile. Poi nasce l’idea: “bruciamo il treno, così la polizia penserà alle fiamme e noi la scampiamo”. Non avevano fatto i conti con la galleria, l’effetto camino: il treno brucia, diventa una polveriera, scatta il panico, le fiamme ed il fumo si propagano rapidamente. Quando arriva in stazione a Salerno ci si rende conto del dramma: dentro ci sono rimaste quattro persone. Quattro ragazzi. Anche loro si alzavano la mattina: le loro facce non trasmettevano nulla di speciale. Tranne la domenica, tranne allo stadio. Tranne per la Salernitana. E sono morti. Restano troppe cose sparse, pensieri e cattiverie.

Oggi, 24 Maggio 1999. 13 anni passano senza che ce ne accorgiamo. Normalmente. Eppure ci sono momenti in cui il tempo si ferma. Non c’è futuro, il presente si è cristallizzato. Resta solo il passato: da maledire. Ti dicono che il bello dei sogni è viverli, anche se non si realizzarlo. Provare a lottare per essi. Nessuna illusione vale la vita di quattro persone. Nessuna. Neanche quella creata da un gol storico

Ciro, Enzo, Peppe, Simone

P.S. Per me il tempo ha ricominciato a camminare il 13 Marzo 2005. A Piacenza, in quello stadio. La Salernitana vinse 1-0, segnò Lanzaro e poi Ambrosio si superò con grandi parate per difendere quel risultato. Al fischio finale urlai e piansi, grida che normalmente le vedi in quei giocatori che vincono una Coppa dei Campioni. Non per un successo in B all’inizio del girone di ritorno, non per tre punti utili per salvarti. Si stupì un poliziotto e mi chiese perché. Da sei anni aspettavo quel momento, da sei anni. Mi sono sfogato lo stesso, anche se era tardi. E me rendevo conto ma certe cose non puoi tenertele dentro per sempre.

pallamano

Fisici asciutti

Usúrbil e Zumárraga distano un’oretta di macchina l’uno dall’altro, si trovano entrambi nella provincia basca di Gipuzkoa, e come ogni buona località basca che si rispetti hanno la loro bella antica storia e qualche personaggio importante. Xabier e Iñaki sono nati in queste due località. Non si conoscono ma sono accomunati dalla stessa passione: la pallamano. Xabier comincia nel suo paese, dove tanti altri sportivi hanno cominciato i loro primi passi, e a 23 anni diventerà professionista. Si toglierà le sue soddisfazioni in tanti anni di gavetta e peregrinazioni. Quando Xabier diventa professionista, nel 1987, Iñaki è una promessa. Non è nel suo piccolo borgo basco: lo ha già tesserato il Barcelona. Quel Barcelona. E’ una polisportiva e la pallamano è una delle sezioni più vincenti (e non c’è neanche la ricca concorrenza del Real Madrid, problema dei loro colleghi di calcio e basket). Vincerà tutto, comprese due medaglie olimpiche. Smette a 32 anni, nel frattempo è anche diventato Duca. Ha sposato una delle figlie di Juan Carlos, Cristina, e dandogli ben quattro nipotini. E’ il 1997, Xabier sta sparando le ultime cartucce di una dignitosa carriera. Ha giocato anche in nazionale, insieme a Iñaki. Ecco cosa simboleggia la foto.

Nella mia vita ho visto due partite di pallamano. A Brescia, dalle mie parti, è in ascesa grazie agli ottimi risultati di Leno e soprattutto Cologne. E’ uno sport che non posso fare, è troppo atletico per la mia panza. E’ uno sport veloce, altamente spettacolare. Serve molta corsa ed anche il pallone deve viaggiare velocemente da una mano dall’altra. Si fanno tanti gol e spesso le partite si decidono per pochissimi punti, magari con partite al cardiopalma. Sotto quest’aspetto ricorda il basket. In Italia è uno sport minore ma da altre parti di pallamano ci campi ed è anche sport olimpico. Nella pallamano le cose possono cambiare molto velocemente, un po’ come nella vita di Iñaki e Xabier. Serve atletismo, velocità, potenza e lucidità mentale. Bisogna pensare velocemente ma non essere troppo impulsivi perché poi si può regalare palla agli avversari.

Nel 2006 Iñaki, grazie al suo ruolo, ottiene delle cariche pubbliche/private alle quali se ne aggiungono altre. A Xabier viene un tarlo: entrare in politica. Dove? Nella sua terra: Euskal Herria. Non è facile, lo sa bene e di riflesso anche Iñaki ne conosce i motivi ma al momento non gli riguardano. Devi chiedere il permesso per fondare un partito, soprattutto se sei un partito basco e anche se hai combattuto per la libertà contro Franco devi passare dalle forche madrilene. Acción Nacionalista Vasca esiste dagli anni ’30 ed ha passato anche i momenti dell’esilio. Le sue idee si richiamano alla patria basca, all’indipendentismo, ad un mondo sociale e solidale. Tanti partiti la pensano così ma qualcuno non ha voce ed altri hanno poco peso.

Xabier parte da dov’era partito: dalla gavetta, dal suo paese. Diventa alcalde di Usúrbil. Nel 2007, mandato di quattro anni. La giustizia scoglierà ANV ma Xabier resterà sindaco. Non potrà ricandidarsi ma intanto i primi passi sono stati fatti. Ora, come con la pallamano, bisogna diventare professionisti. Il Congresso, la Camera Baja. Sempre richiamandosi alla patria basca, all’indipendentismo, ad un mondo sociale e solidale. C’è Amaiur che diffonde e difende quelle idee. E’ il posto giusto. E’ un nome preso da un paesino, come Usúrbil. Bozkatu Amaiur. E la gente lo vota, Xabier è deputato. E’ il 2011. Xabier deve parlare con il Re. Con Juan Carlos, con il suocero di Iñaki. Lui con suo suocero non può parlarci più. Si è scoperto che le varie cariche che aveva accumulato, i vari gruppi che aveva costruito, sono serviti per fare degli illeciti. E’ innocente, fino a prova contraria ma intanto la sentenza è stata già emessa…

La justicia es igual para todos.

Tutto questo in pochi mesi. Molto velocemente, come in una giocata di pallamano. La justicia es igual para todos. Anche per i baschi. E’ una partita difficile, dove serviranno decisioni coraggiose e allo stesso tempo calcolate. La vittoria o la sconfitta saranno appese ad un filo per lungo tempo ma Xabier sa come si vincono le partite. Al massimo può chiedere ad Iñaki, anche per risolvere la sua. Magari con la gavetta, quello che forse gli è mancato.

Maestà, ha mai giocato a pallamano?

il senso di un anno

E’ finito, un altro anno. Sono accadute tante cose ma quest’anno non farò una top 10. Concentrerò l’anno su una notizia, una sola, di cui non ho parlato e sulla quale poco ho riflettuto ma è giusto che ci dedichi qualche parola. Adesso, nel tempo perfetto dei bilanci.

Chi mi conosce sa bene l’amore che provo verso i R.E.M., ricambiato nel tempo. Tutto è cominciato con “Bad Day“, avevo 14 anni. Era stata inserita in “In Time”, raccolta che raccontava la seconda era del gruppo: quella del passaggio ad una Major, la Warner. Un’epoca dorata, piena di successi e anche di qualche passo falso. Andata avanti anche dopo che il cane ha perso una zampa (immagine di Micheal Stipe dopo l’addio di Bill Berry).
Adoravo, ed adoro, “Bad Bay” ed ho consumato quella raccolta (a cominciare da canzoni come “At My Most Beautiful”). Passò un annetto, arrivò “Around The Sun”. Non ci trovai quello che c’era prima ma io ancora non potevo saperlo. Era qualcosa di diverso ma mi piacque comunque, capii che si poteva amare un gruppo. Amarlo davvero, accettando che non si può essere perfetti (ad oggi direi che è un disco discreto, alternato tra grandi canzoni e passi falsi). Consumai anche quello: da allora partì il mio percorso a ritroso, alla ricerca del passato. Della storia e della comprensione. Con il tempo ho trovato tutti i dischi e ho trovato il mio preferito (il sottovalutato “Fables of the Reconstruction”). Il tuo gruppo preferito ti ha accompagnato in molti momenti, molte canzoni ti sono rimaste dentro e si sono fermate. Certo, la lista di chi ci è riuscito è lunga ma nessuno può dire di esserci riuscito come loro. Nel frattempo ci sono stati altri due album di studio (ed altre robe che per la verità ho considerato di meno), consumati anch’essi con risvolti e pensieri diversi. Sapevo che non avrebbero fatto un tour, lo dissero subito ma chi poteva immaginarselo. Ed invece, un giorno di Settembre saltano fuori con l’altra faccia della verità: è finita. Si sono sciolti, lasciandoci una raccolta come commiato (che non ho ancora comprato). Sottovoce, sottotraccia. Uscendo dalla quinta senza prendersi il grande applauso. Senza lasciarci piangere. L’ho vista sempre come un’immagine positiva. In fondo la morte è questo, spesso ci coglie così. Sapere che anche il loro addio mi ha insegnato qualcosa è importantissimo per me: è il segno che ho riposto il mio amore, la mia fiducia (in senso musicale), nelle persone giuste.

ho fatto bene a fidarmi di voi

Concludo con due cose: la prima, inevitabilmente, con una canzone. Una delle più belle che hanno scritto. Molto importante per tanti motivi (è tratta dall’ultimo disco “a 4 gambe”, scritta con la grande ispiratrice di Micheal: Patti Smith) ed è “E-Bow the Letter”. La seconda è la mia immagine, il mio volto mentre metto “In Time” nel lettore CD e lo distruggo a furia di ascoltarlo e di riascoltarlo. Fissando nella mia mente le parole. Qualcuna la ricordo ancora, segno che non ho mai dimenticato quei momenti. E dire che non erano affatto giorni felici, dovevo cambiare ancora molto. Dovevano ancora arrivare i giorni più brutti della mia vita. Mi sarei salvato anche ascoltando i R.E.M., magari chiudendomi in Camera.

tifiamo umanità

Voglio essere breve, ci sarebbe molto da dire sotto quest’aspetto (a proposito, a breve post su E.T.A.) ma voglio essere breve. Stiamo attenti al concetto di gerarchia, di rivolta e di espressione.

L’umanità non necessita di grandi strutture, di ramificazioni del potere: i quadri non servono ad un cazzo! Basta un organizzatore, non un comandante. Qualcuno capace d’indirizzare nei compiti un gruppo di persone, volenterose e devote al lavoro. Un gioco di squadra in nome della collettività. Nella burocrazia, nella disamina esteriore si troveranno dei metodi di autogoverno. Tutti siamo utili e tutti possiamo avere un ruolo: basta saper sfruttare le pieghe che un potere inetto ha posto per fare sfoggio della propria diversità e libertà. Sfruttare questi buchi non vuol dire essere disonesti, finché non si attacca la possibilità degli altri d’entrarvi. Pensateci: fare uno sforzo in più in nome di qualcun altro in sé non è servilismo nel momento in cui si condivide il privilegio ottenuto con gli altri. Nel momento in cui si ricicla per ottenere favori non dovuti lo diventa. Anche per questo siamo diventati un’umanità disperata: perché abbiamo rinunciato a compiere piccole cose, convinti che solo da protagonisti si possa fare qualcosa. Cambiare una persona significa cambiare il mondo perché è fatto anche di quel singolo, soprattutto di quel singolo. Sono i dettagli che ci fregano.

P.S. Letizia Askatuta! In attesa del Manifesto…

l’etica zemaniana e lo spirito del calcio

Lunedì 17 Ottobre 2011, Stadio Rigamonti: Brescia-Pescara

Parcheggio riservato dentro lo stadio, ingresso utilizzando il biglietto di un altro, nessun controllo dei documenti e perquisizione, ingresso dalla mix-zone, tribuna centrale e buffet con the caldo incorporato. Tutto gratis. Così potrei descrivere la mia partita di Lunedì. Bella pacchia, direte voi, ma c’è molto altro. Mi chiedo: sarà così il calcio di domani? Saranno così gli stadi di domani? I bambini, quando entreranno allo stadio, si troveranno il cameriere con il vassoio dei dolcetti, un buffet dove puoi farti servire un bicchiere di Coca-Cola o un caffè. Spesso circondati da una pletora di persone: distinti quadri della città, uomini ingellati e palestrati che portano ragazze ben truccate e dai culi sodi per fare bella figura, dirigenti vari. Sia chiaro, non sono cattive persone ma esprimono un perbenismo che mi fa paura. Anche perché è tutta gente che il biglietto non l’ha mai pagato. A 15, 20 metri da queste scene troviamo la curva, il luogo del popolo e dei suoi impulsi. Traboccante di gente e di tifo. Con fumogeni sotto i piedi, aste per le mani e bandieroni sotto di loro. E’ il calcio della gente, come lo intende la gente, com’è sempre stato. Bello ma scomodo. E’ tutto lì il problema, almeno per una generazione come la mia cresciuta nella comodità assoluta. Il benessere non corrisponde minimamente al piacere. Dobbiamo tornare ad apprezzare le cose, soprattutto quelle cose che non ci piacciono: è troppo facile cercare solamente il piacevole. Prima o poi tutti affronteremo cose noiose ma estremamente utili, lì dovremmo impegnarci e dare un senso alle cose. Apprezzare tutta quella lista all’inizio è molto facile: si può fare una volta, due. Quando confondiamo lo stadio con il teatro, quando per una volta vogliamo approfittare del lusso di altri. Non può sempre andare così, il prezzo sarebbe altissimo: perdere il senso della fatica, il valore delle cose. Il foot-ball non è come il teatro: è ben di più. Chiunque ne è cosciente, mi chiedo come a certa gente non venga il magone. Soprattutto quando hai 20 anni, grandi energie da spendere verso la tua squadra del cuore. Anche a 35-40 bisogna andare in curva, non dico che le forze sono uguali ma c’è da insegnare: al ventenne vicino di posto e al bambino sottobraccio. Anche tuo figlio deve imparare a scoprire le tue stesse emozioni.

Certo, il foot-ball (come qualunque sport) è spettacolo ma anche su questo bisogna fare attenzione. Sto imparando, non vi dirò come (per ora), che l’uomo è un animale poetico: insegue poesia. Ha bisogno di emozioni, sotto quest’aspetto essere pantagruelici è quasi un vantaggio. Vedere e basta non c’interessa più, ci servono sensazioni sottintese nella poesia. Anche un campo di calcio può contenere poesia. Vivere secondo poesia vuol dire rinunciare alla gloria derivante dal denaro, dal successo e dalle esaltazioni collettive. Vuol dire scegliere una vita di dono, sacrificarsi per la gente e trovare nei loro occhi la felicità. La gioia di uno vale quella di tutti. E’ quello che ho visto Lunedì: il calcio di Zemàn. E’ fatto per la gente, si devono divertire e tornare a casa con qualcosa. E’ il pubblico il tuo referente. Il calcio inteso come ludos e come logos. I giocatori vanno da Zemàn, non a caso soprannominato Maestro, per imparare come si gioca. Conoscere ed applicare. Oggi con gli stessi metodi di 20 anni fa: la linea di difesa posizionata appena prima del centrocampo, il portiere posto a custodia tra la difesa e l’area di rigore come libero aggiunto, il fuorigioco ossessivo, il pressing, triangolazioni, sovrapposizioni e movimenti compulsivi dei terzini. Arrivare al sabato (o alla domenica) per divertirsi dopo una settimana di sofferenza, come una fabbrica: gesti ripetitivi compiuti continuamente, lavoro fisico ossessivo, sacco di sabbia dopo sacco di sabbia. I gradoni sono l’immagine per eccellenza di questa poetica. Il divertimento è tale, prendendosi dei rischi: come lo facciamo da bambini, con il piacere dell’incoscienza. Questo con un’etica, perché non sono importanti gli altri: bisogna sempre guardarsi dentro di sé e fare bene le proprie cose. Certo, può capitare di non essere premiato, di vedere qualcun altro più furbo di te passarti davanti e prendersi meriti che non hanno. Certo, può capitare ma non è sempre così. Quantomeno nelle società giuste. Le società malate (quella italiana lo è) la si cura così: attraverso l’onestà del lavoro.

Zemàn o Martin Lutero?

Lunedì abbiamo visto il Pescara vincere, abbiamo applaudito il Pescara. A casa abbiamo riflettuto? Oppure abbiamo fatto la nostra comparsata in società? Abbiamo ragionato non tanto sul foot-ball in sé ma sui valori che ci sono dietro? La lezione di Zemàn, il suo calcio e i suoi metodi, si possono applicare nella vita. Tranquillamente. Se ragionassimo come lui saremmo persone migliori e forse avremmo meno paura di non essere “belli e vincenti”. Ci accetteremmo di più ma soprattutto sapremo accettare quei momenti in cui la vita ci sputa in faccia.

Zemàn o Max Weber?

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