io sto con Rachida

Visto che la provocazione c’è già nel titolo facciamo le cose semi-serie: questo è un post su Masterchef, sulle dinamiche televisive e sul modo di pensare di certa Italia.

Parto da alcune frasi, dette da uno dei responsabili della produzione della prima edizione. Lo ascoltai in Università, in occasione di una lezione alla quale era stato invitato come relatore:

Inizialmente Cracco faticava a comprendere i ritmi televisivi: parlava tantissimo ed era molto lento. Per riuscire a rendere più dinamico il personaggio abbiamo giocato sui silenzi

Quando si vedono i concorrenti correre e dimenarsi durante le prove mentre, ad esempio, Bastianich fa il count-down per la Mistery Box, non vuol dire che in quel preciso istante stavano facendo quella cosa: è un modo per rendere un’atmosfera. Magari quel momento risale a qualche minuto dopo ma, in montaggio, stava bene dopo le parole di Bastianich

Alcuni meccanismi, come il ripescaggio del concorrente durante le selezioni, sono previsti nel format

Cosa vuol dire tutto questo? Che è tutto finto, perfino l’immagine del bel tenebroso Cracco? No, vuol dire un’altra cosa: i meccanismi televisivi sono diversi da quelli relazionali. Il montaggio nella vita reale non si può fare, in TV (ma anche al cinema) sì. Dal punto di vista “cinematografico” è una banalità estrema, si ribadisce la validità dell’effetto Kulešov.

Dal punto di vista del pubblico non è così banale od ovvio. In TV non sono ammessi i momenti ordinari o semplicemente di pausa che tutti noi viviamo nella nostra vita comune. Tutto dev’essere a cento all’ora. Anche il silenzio di Cracco è tale: magari uno sguardo lungo, penetrante ed attento in TV diventa un’espressione algida da villain. Guardandolo in TV non vado matto per Cracco (probabilmente è invidia perché non piaccio alle donne come lui) ma m’ispira simpatia Barbieri, anche per come si veste. E’ normale. Ma questo non mi autorizza a parlar male di Cracco, come uomo e come chef. E questo non m’autorizza ad esaltare Barbieri, come uomo e come chef. Sono persone che, nel loro ambito, hanno guadagnato rispetto e consensi (con merito, i suppose) e fanno un programma televisivo. Un talent, per la precisione. Ed il talent, come il reality e come molte altre categorie di programmi, hanno bisogno di personaggi: il pubblico si nutre di essi, ne ha un bisogno famelico. Altrimenti semplicemente cambia canale (e non perché la fotografia è migliore di quella della pubblicità). A questo punto torniamo al punto di partenza: perché sto con Rachida? Perché probabilmente non è così piagnucolona e cattiva come la si dipinge sui social network, basta guardare le foto sulla pagina ufficiale Facebook di Masterchef per capirlo. Quel “sgridami” invocato a Joe Bastianich è difficile da digerire, da accettare. A me non è parso servilismo ma qualcos’altro. Personalmente c’ho visto un’immagine “patriarcale” della società, dove le donne contano nulla e solo nel rimprovero del maschio alfa trovano una soddisfazione, una forza. Sì: sto facendo sociologia e lotta di classe applicata a Masterchef. Probabilmente è semplicemente insicurezza, dettata da tanti fattori che non conosco e non credo siano emersi dal programma. Non è un caso che il piatto migliore sia stato quello fatto a casa, nella propria cucina: nel luogo dove, normalmente, ci si sente più sicuri e si è in grado di esprimere amore. Perché su un dato Cracco ha ragione: la cucina è soprattutto amore (infatti io, che non so amare, sono un pessimo cuoco). Ma l’amore vende fino ad un certo punto, la guerra invece vende sempre: è un business che non va mai in crisi. Dunque è meglio una marocchina che piange per motivi sconosciuti, a tal punto da sembrare una devota del chiagni e fotti. Dunque sono meglio una gemmologa (non sapevo esistesse un lavoro così!) ed una studentessa che s’accusano reciprocamente di copiare. Dunque è meglio una signora d’Isernia (è ufficiale: il Molise esiste!) “innamorata” di Barbieri. Tutte queste cose possono essere vere, come fasulle, ma sono un programma TV! Valgono fino ad un certo punto. Eppure ci scateniamo, a tal punto da diventare cattivi, malfidenti (gomblotto!) perfino razzisti (sissignori, razzisti!), per colpa di chi? Di un sistema, accettato e voluto da noi, che vuole i personaggi, che ha bisogno di prendere alcune caratteristiche di noi per ingigantirle e renderle appetibili ai nostri occhi di onnivori della TV. Forse qui sta il punto: Masterchef cambia in base a ciò che la nazione vuole. Gli italiani vogliono la rissa, il mostro sbattuto in prima pagina, la possibilità di pensare alla cospirazione. Perché questo siamo diventati. E come dice, saggiamente, il piccolo Pif che a Carnevale fa Giulio Andreotti

il popolo sbaglia spesso, tranne in cabina elettorale

E’ un programma TV ma è soprattutto un ritratto arci-italiano. Ed è molto triste. Guarderò comunque Masterchef, forse dovrei smettere di guardare gli insulti a Rachida, a tanti altri, e sorridere di Alberto. E a sognare, un giorno, di poter assaggiare un piatto fatto da un concorrente. Allora sì che potrò parlare dei piatti: perché guardo edizioni su edizioni, di mezzo mondo, ma non ho capito ancora un cazzo di come s’impiatta! Lancio un may-day: esiste un decalogo? Se sì, me lo potreste regalare?

Bruno, mi spiace: io sarò banale ma sono un uomo da mappazzone. Per me niente grembiule

ribadire l’etica

oggi c’è chi è arrivato a dire che o, come se fosse un auto-assoluzione, rubavano tutti: ora io sono sconcertato perché se ruba uno è un furto ma se rubano tutti si chiama saccheggio ed è molto più grave quindi dovrebbe destare una riprovazione ancora maggiore; oppure si è parlato di leggi ipocrite o altre cose di questo genere e quindi si è finito per legittimare, in un certo senso, il delitto

Mi permetto di estrapolare una dichiarazione di Piercamillo Davigo rilasciata nel 1997 (la trovate alla fine del filmato, in uno speciale di quattro puntate su Mani Pulite che consiglio) e di mostruosa attualità per cercare di ragionare, a mente fresca, su quanto avvenuto in questi giorni. Chiarisco subito una cosa: non è un post su Berlusconi ma è un post che parte dall’ultima sentenza per ragionare sul potere, l’etica e la cultura.

Cos’è una condanna in primo grado? Dal punto di vista giudiziario è una sentenza non passata in giudicato, quindi per l’art. 27 della Costituzione (parola sconosciuta in altri casi) La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Dal punto di vista politico non è un fatto da poco. Abbiamo il leader, il fondatore e l’anima di un partito di governo che ha, al momento, un cumulo di condanne a 12 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non è una cosa da poco. Eppure…

Come tutte le sentenze, quella di oggi del tribunale di Milano va rispetta, senza commettere l’errore di confondere il piano giudiziario con quello politico

“senza commettere l’errore di confondere il piano giudiziario con il piano politico”, parola di un esponente del PD che riporta l’opinione della macchina partitica. Li abbiamo distinti, per la gioia del signor Leva. La sua dichiarazione lascia sconcertati. Mi spaventa. Quale legittimità culturale e politica può avere un governo dove uno dei suoi sponsor, ed uso apposta questo vocabolo, ha questi problemi? Ha, a suo carico, diversi processi di cui tre hanno emesso una sentenza di condanna. In quest’ultima sentenza è stato condannato a sette anni per concussione. Che sarebbe questo

Art. 317.
Concussione. (1)

Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

(1) L’articolo che recitava: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.” è stato così sostituito dall’art. 1, L. 6 novembre 2012, n. 190.

Ho preferito riportare testualmente perché in questi casi serve. Come si fa a restare indifferenti davanti ad una cosa del genere? Personalmente direi: scusate, credo che questa situazione non sia consona al mio ruolo e lascio in attesa che questa storia sia risolta. Qui non è una valutazione politica: è buonsenso, rispetto del ruolo che si ha. Chi ha un ruolo politico, di potere, ha delle responsabilità grandissime e come tale dovrebbe avere grande riguardo di questa responsabilità. Chi siede in un’assemblea politica (figuriamoci poi quelle a Roma) rappresenta i cittadini, lo fa in nome del Popolo Italiano. I Ministri, faccio quest’esempio per evidenziare il principio (naturalmente sono cosciente che Berlusconi NON è ministro), dichiarano:

giuro di essere fedele alla Repubblica

Repubblica il cui testo fondante è la Costituzione, il quale dice (al PRIMO ARTICOLO!) “la sovranità appartiene al popolo”. Chi occupa un ruolo di potere, qualunque esso sia, lo esercita su delega ed in nome del popolo. Non è poco. E’ un peso, una responsabilità, un onore. Come si fa a non comprendere tutto questo? Non avrei questo coraggio, perché non è facile assumersi questa responsabilità per tutta una serie di motivi. E chi lo fa non viene costretto! Chi lo fa sceglie di assumersi onori ed oneri, come in tutte le cose della vita. E ritengo che sia un’onere comprendere quando le tue vicende personali finiscono per dare cattivo lustro al ruolo che assumi. Questa è etica. E’ filosofia, è cultura, è rispetto. Poi ci si può chiedere cos’è il potere. Pasolini ne aveva una sua opinione e credo che qui vada posto il secondo punto della mia riflessione. Qui mi viene in soccorso il sempre efficace Blob che mostra Ferrara che spiega la famosa telefonata, quella per cui è stato condannato (sul “Siamo tutti puttane” sarebbe da rimanere una settimana ma non è cosa). Ascoltatelo da 6:30 fino a 8:37. Pubblico direttamente il filmato perché credo meriti

Ferrara si chiede cos’avrebbe fatto un uomo di potere. Lui non discute, forse convinto della sua idea, ma mi permetto di riflettere in merito. Lui lo fa in siciliano, diciamo così. Poi i siciliani si facciano una loro idea ma visto per la prima volta mi ha sconvolto. Mi è sembrato un avvertimento mafioso, con la gestualità e l’ammiccamento dei mafiosi. Un siciliano non parla così, un siciliano onesto. Un mafioso parla così, lo fa quando va a riscuotere il pizzo. A questo punto mi chiedo: supponiamo che Pasolini, sul potere, dica il vero. Devo pensare che il potere è legittimato ad usare un linguaggio mafioso? Sì, devo pensarlo. A questo punto marco la differenza che c’è tra Pasolini e Ferrara, dunque anche tra me e Ferrara. La differenza fondamentale è che questo modo di ragionare del potere è ingiusto, se non criminale. E lo è perché crea una cultura sbagliata. Non è un caso che nello stesso periodo Pasolini scriva un articolo nel quale chiede addirittura un processo per i capi della Democrazia Cristiana! E lo dice perché quel tipo di esercizio del potere e lo dice nella convinzione che quella cultura del potere ha danneggiato l’Italia, perché molti si convincono che quella visione e quel comportamento siano giusti. E qui torniamo all’etica. Questa è la vera eredità di Berlusconi, questo lascerà ad un paese intero: l’idea che neanche una condanna in primo grado, per giunta per un fatto molto grave, ci obblighi all’assunzione delle responsabilità. Quello che conta è restare lì, magari con la possibilità di cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio. Quindi cambiare la legge, come spesso ha fatto. Cioè che tu, al potere, puoi fare tutto e stare sopra la legge e la divisione dei poteri. A questo punto vi regalo un discorso bellissimo di Jorge Lanata, giornalista argentino e grande voce critica del Kircherismo (che, purtroppo, non sta realizzando i propositi di cui parlavo tempo fa). Lo fa in merito alla riforma della giustizia iniziata dalla Presidenta. Lanata dice che nel momento in cui il potere esecutivo cerca di superare i giudici ci si apre alla dittatura. In Italia siamo ben oltre. Berlusconi ha adottato un malcostume (non l’ha ideato, sia ben chiaro, ma ne ha fatto e continua a farne largo uso) ma tutti noi, cittadini, lo stiamo accettando e forse applicando nella vita di tutti i giorni. Disse un saggio

non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me

Diventerò anch’io così? C’è un lato di me che giustifica un tale uso del potere? E soprattutto: cosa farò se e quando avrò un potere? Sono domande che devo pormi adesso, chiedermelo dopo sarebbe troppo tardi.

un grande milanese

La morte di Carlo Maria Martini si sta rivelando un vaso di Pandora dal quale escono mille discussioni, mille problemi e, come nel mito originario, i mali del mondo.

Non voglio parlare di accanimento terapeutico o di eutanasia, è indubbiamente un argomento importante ma non m’interessa discuterlo adesso, ma voglio sottolineare due aspetti di questa morte: uno di pensiero, un altro personale.

  1. “Un prete di meno”. Sulla pagina di Facebook del “Fatto Quotidiano” si sono letti diversi commenti su questo tenore, per non dire di altri insulti sulla questione “accanimento terapeutico”. E’ un altro segno dei tempi che corrono, di un’inciviltà enorme. Non si distinguono le persone, non si da più un giudizio valoriale. Spara sul mucchio che qualcuno cogli, se poi sia quello sbagliato che problema c’è? Un prete di meno. Mi vengono i brividi e mi sale una rabbia enorme, da ateo e da persona convinta che la miglior risposta a certi oscurantismi e trovare, in una barricata non tua, qualcuno affine al tuo pensiero. Rispondere con la tolleranza all’oscurantismo e all’ignoranza. Penso a Don Luisito, alle sue idee e alla Gratuità di cui è stato portavoce. Come Carlo Maria Martini. Se fosse stato famoso qualcuno avrebbe scritto “un prete di meno” anche per lui, non sapendo quale perdita è stata per l’umanità. Per noi che l’abbiamo conosciuto e gli abbiamo voluto bene. Perché tutti possiamo essere violenti o stupidi. Tutti.
  2. Ho vissuto in comuni della Chiesa Ambrosiana dal 1994 al 2002, per una serie di eventi e circostanze è stato il momento della mia vita in cui sono stato credente e cattolico praticante. Andavo sempre a messa, anche a piedi da solo. Mi facevo più di 1 km a piedi, quando i miei genitori non volevano o potevano accompagnarmi. Cantavo nel coro della chiesa e il mio vocione superava di gran lunga quello degli altri (la cassetta della prima comunione è lì a dimostrarlo). La Chiesa Ambrosiana ha tutto un rito religioso, con alcune sue particolarità. Quando andavo a messa distribuivano un foglietto con la messa del giorno e il libretto con le canzoni. Ero arrivato ad un punto nel quale non c’era più bisogno del primo: lo sapevo a memoria, almeno le parti da dire. Sapevo la “professione di fede” meglio di una poesia. Ci ho creduto. Ora non è più così ma anche là dentro ho imparato ad avere certe idee, a non aver paura del prossimo e non temere le diversità, a prodigarsi per gli altri. (Tutto questo nonostante il prete dell’epoca, un approfittatore tale che Cristo lo avrebbe buttato fuori a calci dalla sua Chiesa). Quelle grandi prerogative che Carlo Maria Martini ha insegnato ai milanesi. Nonostante le bombe, nonostante il terrorismo, nonostante gli yuppies, nonostante la “Milano da bere”, nonostante Tangentopoli, nonostante De Corato, nonostante gli sgomberi di Via Triboniano, nonostante Comunione e Liberazione. Ha predicato, spesso nel deserto, una Milano diversa. Una Milano Civile. E Tettamanzi, sul suo solco, ha fatto la stessa cosa. Se ancora non se la sono mangiata le iene e gli sciacalli lo dobbiamo anche a loro. Per me aver vissuto a Milano, legandomi a quell’idea, ha rappresentato la base di pensiero della mia infanzia. In fondo Milàn l’è on gran Milàn

Oggi è domenica, domani si muore. Irata sensazione di peggioramento

Manifesto: Parte Uno

In attesa del “Manifesto del Comitato per la liberazione di Letizia Ortiz

Questo è un manifesto programmatico, un modo di essere e di promuovere il proprio spirito e le proprie idee. Vorremmo essere così e faremo di tutto per essere così. Non facciamo né iscrizioni né proselitismo, non siete obbligati a seguirle. Ci potete incontrare dovunque o non trovarci mai. Nel caso ci credeste davvero e ci trovate fatevi riconoscere. In ordine sparso…

  1. Aiutare gli altri non è fatto per riconoscimenti particolari. Ci piace farlo, anche se non ci ringraziano. Crediamo che il mondo migliore si faccia dal basso
  2. Siamo scarsi ma volenterosi. Riteniamo lo sport utilissimo, anche a livello “pipponi cosmici”.
  3. Siamo contro il cafonal. Pochi scatti, anche semplici, ma sempre con stile
  4. Siamo contro la discoteca e i cocktail da discoteca. Siamo, genericamente, contro la coverband anche se magari andiamo a vederla: è una buona scusa per bere una birra e ridere con gli amici.
  5. Non ci piace esser rancorosi. Non dimentichiamo i torti ma non ci facciamo condizionare da essi.
  6. Adoriamo sbagliare. Gli errori sono il sale della vita
  7. Siamo per il lavoro, siamo per la fatica, siamo per l’onestà. Siamo Zemaniani.
  8. Puntiamo alla goliardia suprema: all’autoironia
  9. Non siamo migliori di nessuno, non siamo peggiori di nessuno. Non siamo per la massa amorfa, non siamo per la torre d’avorio. La nostra è un élite che guarda alla pace dei sensi
  10. Non discriminiamo nessuno in base alle proprie idee. Ci piace chi crede fortemente in qualcosa
  11. Siamo per l’amore, per innamorarsi di qualsiasi cosa.
  12. Siamo per l’underground, per le cose per pochi, e per l’underrated, le cose sottovalutate.
  13. Siamo un’ po matti, un po’ perdenti, un po’ scontrosi. Ma sempre sinceri
  14. Abbiamo una lista di ispiratori. Un giorno faremo un elogio di ognuno di questi.
  15. Nella vita non si può far tutto. Siamo per i limiti, anche quelli matematici. Vanno accettati e ribaltati a proprio vantaggio, anche chiedendo una mano.

In attesa di critiche, aggiunte, modifiche.

Anche se ci facciamo gli scherzi tra di noi ci vogliamo bene e ci stimiamo tanto. Come Vinnie Jones e Gazza

propositi per l’anno nuovo

Perfino Vespa...

La signora Valentina Vezzali e la signorina Federica Pellegrini sono, sotto l’aspetto puramente atletico e dei risultati sportivi, indiscutibili. Le loro bacheche e relative medaglie appese parlano chiaro. La stampa le accredita come sicure candidate a portare la bandiera italiana a Londra, alle prossime Olimpiadi. Sia chiaro, chi scrive e questo blog al concetto di patria ci credono poco ma all’etica sì. Lo sport dovrebbe essere un mondo etico, sappiamo che sotto quest’aspetto anche le Olimpiadi non sono state il massimo (e non a caso, purtroppo, dal 2016 il Rugby ritornerà nel palcoscenico a 5 cerchi dopo quasi un secolo di esilio volontario), e queste due persone sono decisamente deficitarie. Non sta a me decidere ma tra i tanti nomi che leggo ce ne sono due che meriterebbero di più della signora Vezzali e della signorina Pellegrini: Eleonora Lo Bianco e Josefa Idem. Grandissime atlete indiscutibili anche sotto gli aspetti etici ed umani. Si parla tanto di rinascita, di valori morali da ricostruire. Va bene, cominciamo da qui. Come dicevano altre donne… se non ora, quando?

A Stefania.

l’etica zemaniana e lo spirito del calcio

Lunedì 17 Ottobre 2011, Stadio Rigamonti: Brescia-Pescara

Parcheggio riservato dentro lo stadio, ingresso utilizzando il biglietto di un altro, nessun controllo dei documenti e perquisizione, ingresso dalla mix-zone, tribuna centrale e buffet con the caldo incorporato. Tutto gratis. Così potrei descrivere la mia partita di Lunedì. Bella pacchia, direte voi, ma c’è molto altro. Mi chiedo: sarà così il calcio di domani? Saranno così gli stadi di domani? I bambini, quando entreranno allo stadio, si troveranno il cameriere con il vassoio dei dolcetti, un buffet dove puoi farti servire un bicchiere di Coca-Cola o un caffè. Spesso circondati da una pletora di persone: distinti quadri della città, uomini ingellati e palestrati che portano ragazze ben truccate e dai culi sodi per fare bella figura, dirigenti vari. Sia chiaro, non sono cattive persone ma esprimono un perbenismo che mi fa paura. Anche perché è tutta gente che il biglietto non l’ha mai pagato. A 15, 20 metri da queste scene troviamo la curva, il luogo del popolo e dei suoi impulsi. Traboccante di gente e di tifo. Con fumogeni sotto i piedi, aste per le mani e bandieroni sotto di loro. E’ il calcio della gente, come lo intende la gente, com’è sempre stato. Bello ma scomodo. E’ tutto lì il problema, almeno per una generazione come la mia cresciuta nella comodità assoluta. Il benessere non corrisponde minimamente al piacere. Dobbiamo tornare ad apprezzare le cose, soprattutto quelle cose che non ci piacciono: è troppo facile cercare solamente il piacevole. Prima o poi tutti affronteremo cose noiose ma estremamente utili, lì dovremmo impegnarci e dare un senso alle cose. Apprezzare tutta quella lista all’inizio è molto facile: si può fare una volta, due. Quando confondiamo lo stadio con il teatro, quando per una volta vogliamo approfittare del lusso di altri. Non può sempre andare così, il prezzo sarebbe altissimo: perdere il senso della fatica, il valore delle cose. Il foot-ball non è come il teatro: è ben di più. Chiunque ne è cosciente, mi chiedo come a certa gente non venga il magone. Soprattutto quando hai 20 anni, grandi energie da spendere verso la tua squadra del cuore. Anche a 35-40 bisogna andare in curva, non dico che le forze sono uguali ma c’è da insegnare: al ventenne vicino di posto e al bambino sottobraccio. Anche tuo figlio deve imparare a scoprire le tue stesse emozioni.

Certo, il foot-ball (come qualunque sport) è spettacolo ma anche su questo bisogna fare attenzione. Sto imparando, non vi dirò come (per ora), che l’uomo è un animale poetico: insegue poesia. Ha bisogno di emozioni, sotto quest’aspetto essere pantagruelici è quasi un vantaggio. Vedere e basta non c’interessa più, ci servono sensazioni sottintese nella poesia. Anche un campo di calcio può contenere poesia. Vivere secondo poesia vuol dire rinunciare alla gloria derivante dal denaro, dal successo e dalle esaltazioni collettive. Vuol dire scegliere una vita di dono, sacrificarsi per la gente e trovare nei loro occhi la felicità. La gioia di uno vale quella di tutti. E’ quello che ho visto Lunedì: il calcio di Zemàn. E’ fatto per la gente, si devono divertire e tornare a casa con qualcosa. E’ il pubblico il tuo referente. Il calcio inteso come ludos e come logos. I giocatori vanno da Zemàn, non a caso soprannominato Maestro, per imparare come si gioca. Conoscere ed applicare. Oggi con gli stessi metodi di 20 anni fa: la linea di difesa posizionata appena prima del centrocampo, il portiere posto a custodia tra la difesa e l’area di rigore come libero aggiunto, il fuorigioco ossessivo, il pressing, triangolazioni, sovrapposizioni e movimenti compulsivi dei terzini. Arrivare al sabato (o alla domenica) per divertirsi dopo una settimana di sofferenza, come una fabbrica: gesti ripetitivi compiuti continuamente, lavoro fisico ossessivo, sacco di sabbia dopo sacco di sabbia. I gradoni sono l’immagine per eccellenza di questa poetica. Il divertimento è tale, prendendosi dei rischi: come lo facciamo da bambini, con il piacere dell’incoscienza. Questo con un’etica, perché non sono importanti gli altri: bisogna sempre guardarsi dentro di sé e fare bene le proprie cose. Certo, può capitare di non essere premiato, di vedere qualcun altro più furbo di te passarti davanti e prendersi meriti che non hanno. Certo, può capitare ma non è sempre così. Quantomeno nelle società giuste. Le società malate (quella italiana lo è) la si cura così: attraverso l’onestà del lavoro.

Zemàn o Martin Lutero?

Lunedì abbiamo visto il Pescara vincere, abbiamo applaudito il Pescara. A casa abbiamo riflettuto? Oppure abbiamo fatto la nostra comparsata in società? Abbiamo ragionato non tanto sul foot-ball in sé ma sui valori che ci sono dietro? La lezione di Zemàn, il suo calcio e i suoi metodi, si possono applicare nella vita. Tranquillamente. Se ragionassimo come lui saremmo persone migliori e forse avremmo meno paura di non essere “belli e vincenti”. Ci accetteremmo di più ma soprattutto sapremo accettare quei momenti in cui la vita ci sputa in faccia.

Zemàn o Max Weber?

il vizio della memoria

Tutto in una foto

In Italia esiste il “vizio della memoria”, non come gesto condiviso all’insegna di valori e dell’identità ma cerimonia e rituale da farsi perché il rifiuto porterebbe a polemiche da evitare.

Martedì 11 Settembre, dov’eravate? E’ questa la domanda: avevo 10 anni e allo stesso tempo non ero nato. Ogni volta, in questo giorno, il mio pensiero va sempre al popolo cileno. Mi chiedo quale colpa abbia: perché si dimentica quanto ha sofferto? Anche gli U.S.A. e la sua gente hanno sofferto, negarlo sarebbe ingiusto, ma chi sta al potere dovrebbe riflettere. In particolare l’abitante del 1600 di Pennsylvania Avenue. Non può pretendere che il dolore e il ricordo siano solo da una parte. Non puoi pretenderlo, sapendo che l’ordine di buttare giù il governo democratico e liberamente eletto di Salvador Allende sia venuto da casa tua. Non puoi avere il capezzale del mondo e rifiutare allo stesso tempo il tuo passato di carnefice ed assassino. Anche l’Estadio Nacional visto dall’alto è un buco, non ci sono cerimonie e neanche bandiere anche perché quante bisognerebbe metterne? Quelli morti in quel giorno? Le persone scomparse, rapite e perseguite per la loro attività politica? Le persone morte in esilio senza poter respirare l’odore della patria? Non si sa. Non c’è un computo, la morte è tale e quale. In nome di cosa? In nome di cosa le torri? In nome di cosa il Golpe di Pinochet? Nel secondo caso “in nome degli U.S.A.”, perché il popolo latino-americano non poteva essere libero. Basterebbe questo per farci vedere, sotto una luce diversa, Fidel Castro e Juan Domingo Peron. La vicina Argentina, anch’essa vittima della stessa sofferenza del Chile, ha una strana “triade” alla quale rivolgersi moralmente: Evita, D10S (Maradona) e il “Che”.

Evita

Tutte queste persone, con i loro difetti e limiti, hanno rappresentato la speranza di un popolo in primo luogo. Soprattutto sono l’iconografia di un continente meravigliosamente sanguigno e vivo, il Sud America. Dietro la loro effige è nata la riscossa sociale, politica e sportiva. Decidere del proprio destino e del proprio dolore: dovrebbe questo il dovere di un popolo e dovrebbe essere dovere di tutti diffonderne la memoria, affinché sia condivisa da più gente possibile. Perché gli U.S.A. sì e il Chile no? Quando avrò questa risposta forse sarà tardi e la storia del popolo cileno sarà appassita, seppur il significato sia ancora più valido oggi. Anche perché parliamo di gente che lotta, per quello che crede, e vince le sue battaglie. Ha coscienza della validità del suo pensiero e non rinuncia a metodi forti. Far dimettere un Ministro dell’Istruzione in pochi mesi (quando l’Italia ci prova inutilmente da 3 anni) vuol dire molto. Non negheremo il fascino di Camila Vallejo ma se non ci fossero stati tanti suoi coetanei dietro di lei non si sarebbe andati da nessuna parte. Prima di trovare un “leader” servono delle idee. Abbiamo tanto da imparare.

¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores! Veramente, viva: oggi come negli anni ’70. A Salvador Allende

che il suo esempio ti guidi sempre

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