assurdo

La solapa di Martin Garitano il giorno del suo insediamento, con il "numero de preso" di Otegi

“No voy a negar en absoluto mi actividad política, ni la mía ni la de mis compañeros. En ese sentido me voy a reafirmar en ella porque yo entiendo que efectivamente la labor que hemos desarrollado iba encaminada fundamentalmente a buscar un objetivo, que era el cambio de estrategia en la izquierda abertzale: pasar de una estrategia que combinaba la violencia armada con la lucha política a una estrategia de corte sólo pacífico y democrático. Si eso es delito, yo soy culpable y nosotros somos culpables, si eso no es delito, evidentemente nosotros somos inocentes”

“Vamos a suponer que ETA da por terminada su tregua y comete un atentado. Primero, nosotros nos suicidamos; segundo, el país se marcha del país; y tercero, la gente se sentiría absolutamente frustrada, estaríamos ante un fraude y a nosotros se nos pueden achacar muchos defectos, pero tenemos la virtud de la honestidad revolucionaria”

Queste dichiarazioni sono di Arnaldo Otegi, durante il processo per il cosiddetto “Caso Bateragune”, nel quale era indagato per aver tentato di ricostituire la illegalizzata Batasuna, decisione presa “dall’antifascista”Garzon. Oggi è arrivata la sentenza: 10 anni di carcere per “un DELITO DE PERTENENCIA A ORGANIZACIÓN TERRORISTA, EN GRADO DE DIRIGENTES, a las penas de DIEZ AÑOS DE PRISIÓN, INHABILITACIÓN ESPECIAL PARA EL EJERCICIO DEL DERECHO DE SUFRAGIO PASIVO POR IGUAL TIEMPO E INHABILITACIÓN ESPECIAL PARA EMPLEO O CARGO PÚBLICO POR TIEMPO DE DIEZ AÑOS”. Stessa condanna per Rafael Díaz Usabiaga. Non essendo ritenuti dirigenti Miren Zabaleta, Sonia Jacinto e Arkaitz Rodríguez sono stati condannati a “solo” a otto anni. Andrebbero citati tutti i passaggi della sentenza (sono 140 pagine liberamente e integralmente consultabili) ma in breve è stato giudicato colpevole in quanto dirigente politico di ETA. Gli eventi citati nella sentenza (ritenuti sufficienti a provare le tesi del P.M.) sono stati compiuti con l’obiettivo di imporre politicamente le tesi dell’organizzazione terrorista, attraverso la ricostituzione di Batasuna. A nulla sono valse le dichiarazioni sopra citate ed il tentativo di ricusazione della difesa di Otegi nei confronti del presidente del collegio giudicante (Angela Murillo aveva già giudicato in passato Otegi: la sentenza era stata cancellata per vizio di parzialità del giudice!).

La ritengo una sentenza gravissima e a dir poco assurda, non parlo delle motivazioni (bisogna leggerle direttamente e ci vuole un pochino di tempo, il mio spagnolo non è perfetto e comunque parliamo di giurisprudenza) ma della condanna in sé: dieci anni di galera per un reato politico sono da dittatura. Otegi, in questi anni, ha dimostrato ampiamente di essersi mosso in favore della pace compiendo il definitivo e storico distacco dell’izquierda abertzale da ETA. Distacco che ne ha dimostrato la credibilità politica (le elezioni di Maggio lo dimostrano e a Novembre si potrebbe avere una storica conferma).  Non solo lui: tutta l’izquierda abertzale vuole essere parte del gioco politico ed inserirsi come protagonista nel processo di pace in Euskal Herria. ETA è morta, è inutile negarlo. Non ritengo ci sia bisogno di grandi comunicati, come pretendono da Madrid (e ci sarà dopo le elezioni). Il processo di pace sta diventando irreversibile, non lo è ancora. Non è ancora tale perché nessuno ci garantisce che dentro la società basca non covi altra rabbia che possa manifestarsi in azioni terroristiche, anche dopo la fine di ETA. Nel momento in cui tutte le istanze politiche, soprattutto se molto popolari e con valori giusti, sono rappresentate il terrorismo diventa una pistola a salve. La risposta ad un giusto diritto è in questa sentenza e in questa dichiarazione, di ieri, di Candido Conde-Pumpido all’inaugurazione dell’anno giudiziario:

Agotamos todas las posibilidades procesales –e incluso prestamos nuestra colaboración para la reforma de la Ley Electoral- con el fin de excluir a Bildu de las instituciones, y seguimos sosteniendo desde la Fiscalía del Tribunal Constitucional que Sortu no debe legalizarse mientras en el telón de fondo de su presencia política subsista la terca y desafiante sombra de ETA.

Tradotto: Utilizzeremo tutti (Agotar sarebbe un sinonimo di esaurire, prosciugare ma si può intendere così) i mezzi processuali, incluso il prestare la nostra collaborazione per la riforma della legge elettorale, con il fine di escludere Bildu dalle istituzioni  e continueremo a sostenere presso il Tribunale Costituzionale che Sortu non deve essere legalizzata finché nel sipario della scena politica sussista ancora la ostinata ombra di ETA. Chiudere con il terrorismo è giusto, quantomeno uno Stato se lo deve porre come obiettivo, ma chiudere la porta anche a partiti con idee “contrarie” a quello stato è anti-democratico. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: lo stato Spagnolo lo pretende. A mio parere è inaccettabile e ingiusto. La questione basca è risolvibile per via pacifica ma con queste scelte sempre più gente tornerà a ritenere giusta la “lucha armada”. 8719600510 Askatu! Independentzia!

Annunci

non mollate

Le tue imitazioni sono meravigliose

Nel meraviglioso “Polònia” spetta ad Agnes Busquets l’onore di imitare Letizia Ortiz. Essendo il compleanno della “periodista devorciada” (cit.) rivolgiamo un doppio appello:

  1. Ad Agnes a non mollare con le imitazioni, quella di Leti è fantastica ma anche in altre non è da meno (nel “nuovo” ruolo di Ariadna Oltra già dimostra le sue qualità
  2. A Letizia, vero nome tutelare di questo blog in attesa del Manifesto, di continuare nelle sue iniziative anche perché con l’uscita di scena di Zapatero la scalata verso il titolo di “persona più odiata di Spagna” oramai è un falso piano.
Feliz cumpleaños, Princesa.

Siamo dalla vostra parte

il vizio della memoria

Tutto in una foto

In Italia esiste il “vizio della memoria”, non come gesto condiviso all’insegna di valori e dell’identità ma cerimonia e rituale da farsi perché il rifiuto porterebbe a polemiche da evitare.

Martedì 11 Settembre, dov’eravate? E’ questa la domanda: avevo 10 anni e allo stesso tempo non ero nato. Ogni volta, in questo giorno, il mio pensiero va sempre al popolo cileno. Mi chiedo quale colpa abbia: perché si dimentica quanto ha sofferto? Anche gli U.S.A. e la sua gente hanno sofferto, negarlo sarebbe ingiusto, ma chi sta al potere dovrebbe riflettere. In particolare l’abitante del 1600 di Pennsylvania Avenue. Non può pretendere che il dolore e il ricordo siano solo da una parte. Non puoi pretenderlo, sapendo che l’ordine di buttare giù il governo democratico e liberamente eletto di Salvador Allende sia venuto da casa tua. Non puoi avere il capezzale del mondo e rifiutare allo stesso tempo il tuo passato di carnefice ed assassino. Anche l’Estadio Nacional visto dall’alto è un buco, non ci sono cerimonie e neanche bandiere anche perché quante bisognerebbe metterne? Quelli morti in quel giorno? Le persone scomparse, rapite e perseguite per la loro attività politica? Le persone morte in esilio senza poter respirare l’odore della patria? Non si sa. Non c’è un computo, la morte è tale e quale. In nome di cosa? In nome di cosa le torri? In nome di cosa il Golpe di Pinochet? Nel secondo caso “in nome degli U.S.A.”, perché il popolo latino-americano non poteva essere libero. Basterebbe questo per farci vedere, sotto una luce diversa, Fidel Castro e Juan Domingo Peron. La vicina Argentina, anch’essa vittima della stessa sofferenza del Chile, ha una strana “triade” alla quale rivolgersi moralmente: Evita, D10S (Maradona) e il “Che”.

Evita

Tutte queste persone, con i loro difetti e limiti, hanno rappresentato la speranza di un popolo in primo luogo. Soprattutto sono l’iconografia di un continente meravigliosamente sanguigno e vivo, il Sud America. Dietro la loro effige è nata la riscossa sociale, politica e sportiva. Decidere del proprio destino e del proprio dolore: dovrebbe questo il dovere di un popolo e dovrebbe essere dovere di tutti diffonderne la memoria, affinché sia condivisa da più gente possibile. Perché gli U.S.A. sì e il Chile no? Quando avrò questa risposta forse sarà tardi e la storia del popolo cileno sarà appassita, seppur il significato sia ancora più valido oggi. Anche perché parliamo di gente che lotta, per quello che crede, e vince le sue battaglie. Ha coscienza della validità del suo pensiero e non rinuncia a metodi forti. Far dimettere un Ministro dell’Istruzione in pochi mesi (quando l’Italia ci prova inutilmente da 3 anni) vuol dire molto. Non negheremo il fascino di Camila Vallejo ma se non ci fossero stati tanti suoi coetanei dietro di lei non si sarebbe andati da nessuna parte. Prima di trovare un “leader” servono delle idee. Abbiamo tanto da imparare.

¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores! Veramente, viva: oggi come negli anni ’70. A Salvador Allende

che il suo esempio ti guidi sempre

e sticazzi!

Ieri era il compleanno di Freddy Mercury? Avrebbe compiuto 65 anni? E sticazzi! Sissignore, e sticazzi! Sicuramente è stato un cantante straordinario, dal carisma mostruoso, e leader di un gruppo che ha fatto la storia della Musica (può piacere o meno ma l’influenza e il successo sono innegabili, purtroppo vale anche per Fiasco Rozzi). Voglio parlare dei Queen? Di Mercury? No, non m’interessa.

Il discorso riguarda l’idolatria, l’influenza o la presenza nell’immaginario. Prendiamo un altro cantante, un’altra icona: Ian Curtis. A memoria un doodle per lui o per i Joy Division non lo ricordo. Eppure anche qui l’influenza è innegabile (la lista dei gruppi che si sono ispirati solo al modo di Curtis di stare sul palco non finisce più. Riguardo i testi e le musiche non ne parliamo proprio), nessuno lo scrive su Facebook per ricordarlo o altre cose. Non è l’unico (ne cito altri tre: Hendrix, Tenco e D. Boon). Cos’è successo? Qual è stata la distorsione che ha reso possibile tutto questo? Poteva accadere per chiunque, ognuno di questi personaggi poteva essere vittima di questo (un Cobain, per quanto non apprezzi i Nirvana, ci starebbe stato alla perfezione). Il fatto che sia avvenuto per i Queen è un insieme di fattori: la potenza economica (tutti gli altri citati non ce l’hanno, sotto quest’aspetto sono al livello dei Beatles), la gestione del Post-Mercury, la morte e altre cose che non sto ad elencare.

Esce una riflessione sulla musica? No, come sempre. La faccio io, seppur breve, perché basta un solo pezzo. Un classico del loro repertorio: Bohemian Rapsody. Fantastico (consiglio la parodia del videoclip fatta da Victoria Cabello insieme ad un trio devastante: Donatella Rettore, Gad Lerner e Valerio Mastrandea!), c’è tutto: l’influenza progressive evidente, il tiro da grande rock. Perfetta per qualunque scenario da palco: stadio, teatro, club. Non erano all’apice del successo, non c’era bisogno di mettersi la corona o travestirsi. A metà tra prog e AOR, almeno a vedersi, ma già capaci di prendersi apprezzamenti da più fronti. Prendevano tante cose e quasi tutte gli riuscivano bene. Voi potreste dirmi: se volessi una cosa del genere c’erano già i Pink Floyd. Avete ragione ma è stato già dimostrato, chi si prenderebbe quest’onore per elevare Brian May al livello di David Gilmour? Nessuno, tanto conta quando è nato Freddy Mercury.

A pensarci non sono gli unici ad essere sacrificati all’altare del “segno identificativo”. Molti lo hanno pagato o lo pagano in modi diversi.

ovalia

Non c’è il conto alla rovescia, non ce n’è bisogno: tra una settimana (venerdì mattina il match d’esordio) inizia la Rugby World Cup.  E’ segno che il letargo ovale è finito, anche per me. (per certi versi non siamo mai in letargo, pensandoci. A Rugby si gioca 12 mesi l’anno, tra un emisfero e l’altro). In questi giorni, in queste settimane ho ricominciato a giocare, sul serio. Siamo in piena preparazione e ieri sera uno dei due allenatori (mi devo abituare anche alla presenza di Mister Rigosa), il nostro Flavio, prima di assegnarci un esercizio, ha detto:

chi non lo fa non potrà giocare in prima squadra

Stiamo correndo come i disperati (classico modo di dire dei rugbisti), facendo esercizi faticosi e noiosi (a noi piacciono le ruck e le touche, siamo onesti) sono utili. Utili sotto diversi aspetti:

  1. Ho bisogno di rientrare in “piena forma fisica”
  2. Ci consentono di affrontare un campionato senza crolli evidenti (l’anno scorso certe partite le finivamo dopo un’ora)
  3. Consentono di tagliare quelli “bravi ma non basta”, io mi auto-escludo.
  4. Ho bisogno di autostima (sono anche alla ricerca di quella)
E’ inutile che lo dica, quindi lo ribadisco: quest’anno voglio scendere in campo. Supererò le mie paure, ci devo provare. Non è come l’anno scorso, non posso sbagliare e soprattutto mi piacerebbe farlo con questa squadra. Sarà che ci tengo all’ambiente, saranno tante cose ma da altre parti mi saprebbe di vittoria monca. Io resto un estremista. A questo punto resta una domanda, importante: cosa rappresenta il Rugby per me?
Vuol dire tante cose, le ho imparate nel corso di un anno. In prima battuta ho compreso il significato del terzo tempo e viverlo dall’interno (da tifoso è incomprensibile) ti fa scoprire il vero significato e vi garantisco una cosa: è quasi indifferente la presenza della birra. Non è una gara a chi beve di più. Prevede le stesse qualità che servono in campo: determinazione, intelligenza e capacità di dosare le energie. Siamo 50 persone tra allenatori, giocatori e arbitro. Nessuno di noi è pagato, almeno in C. Tutti possono sbagliare, dare un colpo di troppo o perdere all’ultimo. Capita ma non è un problema, siamo uomini, e le cose importanti sono altre (il rugby è importantissimo, sia chiaro), è una partita: non una guerra. Non c’è in palio la vita delle persone: è una passione e dobbiamo viverla per come capita. Tutti vogliono vincere, è normale, ma non sempre succede. Ho capito l’importanza del lavoro fisico, bisogna essere molto preparati fisicamente. C’è poco da fare. Ho capito che non è per sani di mente: qualcosa fuori posto lo devi avere ma metti caso che hai tante cose fuori posto. Sappi che niente è meglio del rugby: avrai sempre qualcosa che non va ma saprai accettarlo e starai bene con te stesso. Con gli altri si sta bene, basta che li placchi.
Insomma, lezioni di vita.