pensierini della notte

In attesa di un nuovo post, tornerò a dedicarmi all’etica, pubblico un pensierino della notte, come si potrà ben comprendere. E’ stato pensato verso le 4 di notte sul lungolago di Bardolino (VR).

In questa notte sul Garda/vado in cerca di una fontana/per dissetarmi e riordinare idee/confuse dalle luci della discoteca.

Guardo questa luna gigante/e le luci del lungolago/senza conoscere la geografia,/osservandole da solo/perché ragiono a modo mio/e preferisco non spartire.

Rappresentano un orizzonte,/dal quale provieni tu/che avrei voluto qui con me/a ballare canzoni che adori tanto.

La mia amica/sorella Alessia aveva capito che il mio atteggiamento, la mia meditazione, avrebbe portato a questo (lei lo chiama poesia. Lascio ai lettori, a quanto pare in aumento, il giudizio). Non l’ho voluta dire davanti a tutti, certe cose non mi piacciono. Accetto l’esibizionismo solamente in luoghi dove esser spettacolari rappresenta una forma di distacco, di diversità e disprezzo verso un omologazione. Penso che scrivere sia sempre una forma di libertà ed, in quanto tale, presuppone la necessità di essere espressa dove si ritenga più opportuno. Lì, con quelle persone, mi pareva sprecato. In quel momento ero solo, non sarei stato capito.

P.S. Con quel “tu” mi riferisco ad un’altra donna

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un brutto mestiere

Lo segno come confidential però credo che alla base ci sia una riflessione più profonda, data forse da una visione delle cose che sto accumulando in queste settimane.

In queste settimane di rugby poco giocato, domenica scorsa ho comunque finito il campionato e posso dedicarmi senza troppi rimpianti alla vita sugli spalti, il tempo viene passato comunque sul campo correndo e cercando (giustamente, aggiungo io) di mantenere (e magari migliorare) la forma fisica. Una soluzione può essere data da varianti del touch rugby, quindi con l’abolizione di fasi statiche e la creazione di un gioco abbastanza veloce dove il lavoro sulla velocità di mani, testa e gambe è molto importante. Per quanto non ci sia lavoro sui placcaggi permette comunque di sviluppare importanti skill, uno su tutti le linee di corsa (perché, per dirla con il Maestro, “non è importante quanto corri ma dove e perché corri”). In questo tipo di allenamenti, apparentemente sterili ma con una sua utilità se sfruttati bene, anche l’allenatore si cimenta (bontà sua!) ed allora ci manca qualcuno che possa “dirigere” in senso regolamentare l’allenamento, dal punto di vista tecnico ed educativo resta comunque lui. In questo compito ingrato vengo chiamato io, forse perché l’unico disposto a prestarsi o forse perché l’unico ad avere una conoscenza del regolamento ed un occhio abbastanza accurato. Insomma, devo fare l’arbitro di questa orrenda gazzarra. Ho preso il fischietto e mi son messo dall’altra parte della barricata. Com’è stato? Più duro di quanto pensassi. In primo luogo la corsa è fondamentale: devi correre tanto, per stare il più possibile vicino all’azione, e devi correre molto bene per non creare problemi al gioco (perché rischi di danneggiare una delle due squadre, soprattutto in uno sport di “spazi” come il rugby). Inoltre l’arbitro, nel nostro mondo, ha una disciplina particolare perché il regolamento prevede moltissime regole e perché la decisione è sacra. Da noi non sono consentiti non dico i capannelli dei calciatori ma neanche la minima polemica. Vieni immediatamente sanzionato, anche in maniera pesante. Giovedì, devo essere sincero, non sono stato un grandissimo arbitro e sono stato molto fiscale, forse fin troppo. Alla fine ero anche un po’ appesantito dalle continue lamentele dei miei compagni (che forse le accentuavano per il fatto che fossi io ad arbitrare) ed ho concluso fischiando a vanvera, un po’ anche irritato. Mi son reso conto che fare l’arbitro non è per niente facile: ci vuole una grande educazione, in senso tecnico ed umano, ed una grande pazienza. Non basta la conoscenza regolamentare accurata. E’ un lavoro difficile ed ingrato. Non so dire se sia in grado di farlo: certamente mi ha fatto pensare tutto questo. Sono sicuro che la stragrande maggioranza dei giocatori non hanno la percezione della cosa. E questo è un problema. Un mio ex-allenatore una volta disse che secondo lui tutti, almeno una volta, dovrebbero fare un corso da arbitro. All’epoca trovai l’opinione interessante ma non gli diedi la giusta importanza. Col senno di poi riesco a dargli il giusto valore.

Naturalmente la morale della favola non è: fate il corso arbitri della FIR e dei suoi comitati regionali. Il consiglio è di provare a mettersi, almeno una volta, dall’altra parte della barricata, di chi disprezziamo tutti i giorni perché siamo convinti che la percezione della fatica sia solo dalla nostra parte. La vita è difficile per tutti: se riuscissimo a capirlo questo mondo guadagnerebbe qualche punto in più in fiducia e rispetto.

A Nigel Owens, qui di spalle con un mio mito

amore platonico

meraviglioso fermo immagine

Questa è una delle ultime, e poche, immagini di Ana Roldán alla conduzione del Telediario della TVE (la RAI spagnola, per intenderci). Cambiano i governi ed inevitabilmente anche la telegenia ne esce condizionata. Lei, non chiedetemi perché, paga per tutti. E’ una notizia tristissima per me, palesemente innamorato e perso nella sua bellezza asciutta ed esemplare. Non so dire quanto ci sia di politico in questa sostituzione, forse un riciclo delle conduzioni è necessario (a differenza dell’Italia dove certi conducono il telegiornale da anni, sempre alla stessa ora). Non li conosco questi meccanismi e sinceramente non m’interessano. Io mi sento ferito e distrutto dentro.

Ana ha rappresentato tantissime cose a livello interiore, tutti frame della mia mente che adesso non ci sono più:

  1. In primo luogo la voce. Lo spagnolo è una lingua che ritengo affascinante, e fondamentale per scoprire l’America Latina (se dovessi imparare il portoghese per il Brasile state freschi, se dovessi imparare il portoghese per i portoghesi allora ragioniamo). Era bellissima da sentire e, impressione mia, riusciva a stare lontana da certe cadenze. Non me ne intendo molto di queste cose ma probabilmente ha fatto un corso di dizione. Certo, sentire lo spagnolo degli anchorman locali è simpatico (un po’ come quelli dei nostri telegiornali regionali, tremendamente dialettali) ma, per chi deve imparare, una voce ferma e pacata aiuta tantissimo. Una cosa che m’ha sempre affascinato è conoscere le reazioni dei turisti stranieri che ascoltano il nostro telegiornale, chissà quanto capiscono.
  2. Per me alzarmi la mattina e vederla al Telediario Matinal era di un rassicurante mostruoso, la ravvivava come un raggio di sole che ti coglie in pieno: per un attimo non vedi niente ma dopo era tutto più bello. Era il primo contatto con il mondo, la prima emozione. E’ stato così per due lunghi anni, quasi tutti i giorni. Cominciai in vacanza in Spagna, sono un uomo mattutino e quell’immagine mi ha segnato profondamente. Poi c’era una cosa che non capivo s’era frutto dell’amore o era davvero così: quando salutava le colleghe dello sport e del meteo, a differenza della sua collega di conduzione Suzana Roza, lo faceva con grande educazione uscendo dalla logica della sufficienza e dall’ordinario. Miracoli del satellite
  3. Informe Semanal, io non lo conoscevo. Sappiate che è tipo il TV7, sia per formato sia per longevità all’interno del servizio pubblico. E’ decisamente ben fatto, un’ottima trasmissione ma Ana ci permetteva di scoprire tutta la bellezza e la semplicità del condurre. Un’arte dove dovresti saper mediare, presentare in un maniera asciutta ma non asettica. Se il sabato sera fossi stato fuori la domenica aspettavo le repliche sul canale 24Horas ma in qualche modo dovevo riconciliarmi con il suo “buenas noches“. Quando lo rivedevo in rete spesso mi fermavo su quel saluto, come se la mia mente fosse andata in loop. Consolante e meraviglioso. E se me ne dimenticavo, scattava in me una disperazione incredibile.

Senza questa e altre cose ascoltare il telegiornale spagnolo perderà sempre qualcosa, forse anche perché al potere è salita la destra (ma questo è un altro discorso), ma soprattutto la mia anima perderà un motivo per essere felice. Ci saranno sempre le foto, le repliche e i video su Youtube ma non compenseranno la sconfitta. Grazie, dal profondo del cuore

P.S. Il redazionale consiglierà sempre Informe Semanal, fin quando informerà bene. Il consiglio sarà eterno

un grande milanese

La morte di Carlo Maria Martini si sta rivelando un vaso di Pandora dal quale escono mille discussioni, mille problemi e, come nel mito originario, i mali del mondo.

Non voglio parlare di accanimento terapeutico o di eutanasia, è indubbiamente un argomento importante ma non m’interessa discuterlo adesso, ma voglio sottolineare due aspetti di questa morte: uno di pensiero, un altro personale.

  1. “Un prete di meno”. Sulla pagina di Facebook del “Fatto Quotidiano” si sono letti diversi commenti su questo tenore, per non dire di altri insulti sulla questione “accanimento terapeutico”. E’ un altro segno dei tempi che corrono, di un’inciviltà enorme. Non si distinguono le persone, non si da più un giudizio valoriale. Spara sul mucchio che qualcuno cogli, se poi sia quello sbagliato che problema c’è? Un prete di meno. Mi vengono i brividi e mi sale una rabbia enorme, da ateo e da persona convinta che la miglior risposta a certi oscurantismi e trovare, in una barricata non tua, qualcuno affine al tuo pensiero. Rispondere con la tolleranza all’oscurantismo e all’ignoranza. Penso a Don Luisito, alle sue idee e alla Gratuità di cui è stato portavoce. Come Carlo Maria Martini. Se fosse stato famoso qualcuno avrebbe scritto “un prete di meno” anche per lui, non sapendo quale perdita è stata per l’umanità. Per noi che l’abbiamo conosciuto e gli abbiamo voluto bene. Perché tutti possiamo essere violenti o stupidi. Tutti.
  2. Ho vissuto in comuni della Chiesa Ambrosiana dal 1994 al 2002, per una serie di eventi e circostanze è stato il momento della mia vita in cui sono stato credente e cattolico praticante. Andavo sempre a messa, anche a piedi da solo. Mi facevo più di 1 km a piedi, quando i miei genitori non volevano o potevano accompagnarmi. Cantavo nel coro della chiesa e il mio vocione superava di gran lunga quello degli altri (la cassetta della prima comunione è lì a dimostrarlo). La Chiesa Ambrosiana ha tutto un rito religioso, con alcune sue particolarità. Quando andavo a messa distribuivano un foglietto con la messa del giorno e il libretto con le canzoni. Ero arrivato ad un punto nel quale non c’era più bisogno del primo: lo sapevo a memoria, almeno le parti da dire. Sapevo la “professione di fede” meglio di una poesia. Ci ho creduto. Ora non è più così ma anche là dentro ho imparato ad avere certe idee, a non aver paura del prossimo e non temere le diversità, a prodigarsi per gli altri. (Tutto questo nonostante il prete dell’epoca, un approfittatore tale che Cristo lo avrebbe buttato fuori a calci dalla sua Chiesa). Quelle grandi prerogative che Carlo Maria Martini ha insegnato ai milanesi. Nonostante le bombe, nonostante il terrorismo, nonostante gli yuppies, nonostante la “Milano da bere”, nonostante Tangentopoli, nonostante De Corato, nonostante gli sgomberi di Via Triboniano, nonostante Comunione e Liberazione. Ha predicato, spesso nel deserto, una Milano diversa. Una Milano Civile. E Tettamanzi, sul suo solco, ha fatto la stessa cosa. Se ancora non se la sono mangiata le iene e gli sciacalli lo dobbiamo anche a loro. Per me aver vissuto a Milano, legandomi a quell’idea, ha rappresentato la base di pensiero della mia infanzia. In fondo Milàn l’è on gran Milàn

Oggi è domenica, domani si muore. Irata sensazione di peggioramento

ricominciamo

A questo punto recuperare il filo del discorso è più facile di quel che pensi, è un flusso che basta riprendere per scoprire che non è mai morto: semplicemente s’era scocciato di scrivere. Come trovare appunti di vecchi scritti, storielle e poesiole con i germi dell’ingenuità e dialoghi più finti della maschera di carnevale. Essere comunque ispirati perché si vive comunque, annoiati e distanti dagli obblighi della vita. Ci sarebbe bene un nonostante, un purtroppo, un sebbene. L’estate sta finendo, per me non è mai cominciata ma in giro nessuno sa il perché. Quando tornerò emergerà il tempo perso e molte altre cose, al momento pensiamo a ricomporci e a ricominciare. Scopriremo di non essere poi così diversi.

Guardatevi il video: fa piegare in due dal ridere ma non ditelo in giro, se esce dal computer ed entra nelle vostre stanze so’ cazzi! Quanto era grosso nel ’79 Pappalard0?

scrupolo di coscienza

Sabato sera sono andato a vedere “Donna Rosita Nubile” di Garcia Lorca. Ancora una volta a sconvolgere i miei pensieri ci ha pensato uno spettacolo teatrale.

Ci sono andato per un’amica, per vederla in scena, per farle sentire fiducia attorno. Anche lei, come me, fa a pugni con l’autostima e l’autoironia. Lotta, combatte e forse non lo da a vedere. Perché a questo mondo non va bene essere deboli o mostrare i segni delle corde, delle nocche che ti premono sul volto. E’ l’unica volta in cui mi arrabbio con lei: quando ne leggo la rassegnazione, la tristezza, la convinzione di non meritarsi le cose. A pensarci è la stessa accusa che spesso sento rivolgere nei miei confronti, soprattutto per il terzo punto. Mi faccio troppi scrupoli, guardo attorno le persone e mi rendo conto dell’affetto che sprigionano per me. Un affetto che ritengo troppo alto, forse perché non dimentico. Non mi perdono i torti commessi, soprattutto verso me stesso. Mi sentirò sempre in difetto con gli altri. Anche con Giada: perché non sono riuscito a spiegarle della mia gioia a vederla in scena. Sono riuscito a passare per un rompicoglioni. In fondo le spiegazioni mi riescono di più scrivendo che parlando: ormai anche con la bocca mi sono inceppato. Ma quella è un’altra storia.

“Donna Rosita Nubile”. E’ un meraviglioso affresco al femminile. Un racconto di donne che per amore si sono lasciate distruggere dai loro uomini. Donne spesso costrette ad essere diaboliche per sopravvivere ai sortilegi e alle crudeltà dell’altro sesso. E’ un affresco che sembra ancora più bello, perché figlio della mente di un omosessuale. Però mi guardo attorno e spesso vedo i gay che si circondano delle donne per proprio ego, non perché le considerano veramente importanti nella loro vita. Perché ne assumono il punto di vista esteriore rimanendo chiusi nella corazza di un maschilismo che non è quello comune ma è altrettanto pericoloso. Garcia Lorca non è così banale: lancia comunque un atto d’accusa durissimo alle donne della sua generazione. E lo fa attribuendo alla zia di Rosita una frase splendida

Tacere! Ecco la colpa delle donne di questo paese

Un mese prima che Garcia Lorca venisse ucciso Dolores Ibarruri, la Pasionaria, pronunciò il suo leggendario ¡No pasarán!. Parole durissime, coraggiose. Pronunciate in una Spagna sconvolta e confusa tra il nascente regime franchista ed un governo che, anche per colpe sue, non riuscì a garantire un governo democratico alla sua gente. Un’altra sconfitta. Ancora più crudele, raffrontata alla grinta e al cuore di Dolores.

Perdonaci, Pasionaria

Terribile: come quella alla quale Rosita si sottopone, aspettando un uomo che l’ha tradita. Sapendo il destino alla quale andava incontro. Uscendo dallo spettacolo ho fatto l’errore di tanti: ho assunto il mio punto di vista, non quello delle donne. Un po’ perché non ne sono capace, un po’ perché non ne sono degno. Ho detto una frase che, nella sua banalità, ci sottopone ad un’umiliazione sconvolgente:

Perfino l’uomo più saggio, più sensibile, vale meno della donna più carogna

Qui spesso ho sottolineato quanto le donne siano importanti, quanto rappresentino nella vita (ed è paradossale, pensando al mio status di etero convinto e non praticante). Garcia Lorca ci ricorda che gli uomini, i maschi, sono capaci di gesti orribili. Di essere dei mostri. Ancora una volta ho fatto i conti con questo: anche qui è uno scrupolo di coscienza, un monito. E’ per tenerti in guardia: ricordarti che contemporaneamente a grandi slanci siamo capaci di fare il male. Saperlo, averlo sempre a mente, un po’ ti aiuta e un po’ ti rovina. Ed è lì la grande sfida: saper mediare con se stessi senza distruggere gli altri.

Ho letto un giorno una bellissima definizione dell’amore: l’amore è sacrificio. Amedeo ha sacrificato tutto per me. Ha rinunciato alla sua patria, alla sua lingua, alla sua cultura, al suo nome e alla sua memoria. Ha fatto di tutto per rendermi felice. Ha imparato l’italiano per me, ha amato la cucina italiana per me, si è fatto chiamare Amedeo, in breve è diventato un italiano per avvicinarsi a me.

In “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” di Amara Lakhous (libro e autore che consiglio) c’è questa bellissima frase. Condividerla e metterla lì è il modo migliore per compensare le lacrime, la sofferenza che provo. Mi piace aiutare gli altri ma mi rendo conto che il mio essere in difetto è dato proprio da questo: aiuto ma non sacrifico niente. Non rischio niente di me stesso. Non sono un pessimo attore: sono un pessimo trapezista. Mi rifugio dentro un circo con la corda sotto quando non mi serve. Un’altra sconfitta

Alle molte donne che in questi giorni mi hanno fatto pensare.

rielaborare il lutto

Un confidential più stretto del solito

Ne avevo già parlato: era stato il mio momento 2011. Non perché mi riguardasse direttamente, eppure era una parte di me. Come potrei negare che i R.E.M., ancora oggi il mio gruppo preferito, non mi abbiano accompagnato in passato? Negherei me stesso e non sono in vena, più, di questi esercizi. Resto fortemente autocritico, faccio a pugni con l’autoironia e l’autostima ma non nego di esserci. Nelle precedenti parole emergevano due frasi che dalle quali vorrei partire

  1. a cominciare da canzoni come “At My Most Beautiful”
  2. Senza lasciarci piangere

Partiamo da “At My Most Beautiful”. Che comincia così

I’ve found a way, a way to make you smile

E poi continua parlando di cattive poesie, di occhi chiusi, di ascolto. Tutte cose che tornano in questo presente. Cattive poesie che scrivo, occhi chiusi che tengo quando tiro la penna (tiro nel senso di tirare, come un tiro di sigaretta). Di ascolto e di visione degli altri. Di un’attenzione quasi morbosa, connessa ad un grado di cinismo che non voglio. Prego continuamente quella parte civile di me affinché “cinismo vade retro”. Non siamo portati ad ascoltare, anche perché il confronto spesso ci mette in difetto. Il confronto non si può studiare a tavolino e dunque non sai mai cosa ti possono dire. Le parole giuste, in momenti del genere, sono ben lontani da noi. E’ il segno della sorpresa, dell’emozione, dello stupore. Che in un attimo ci può colpire e ci fa rendere conto di quanto la nostra malinconia è sempre relativa. E’ forte, fa male, ma è relativa. Proprio perché relativa va affrontata nella maniera giusta, con autoironia e tranquillità. E non rassegnazione, stiamo attenti alle sfumature. Anche perché, da un giorno all’altro, sorpreso nella notte, puoi passare dall’altra parte della barricata. A dover consolare qualcuno, a dargli un segno che tu ci sei. E la tua malinconia te la tieni da parte, magari la porti sempre in faccia, ma fai di tutto per far sorridere gli altri.

Mona Lisa Smile

Nel mezzo ci sono altre storie, magari non di malinconia. Sono amori sofferti, negati a se stessi perché si ha paura del rifiuto. E’ un modo dove la solidarietà è sempre più lontana da noi, dove non sai chi hai accanto, dove è facile fidarsi delle persone sbagliate. Dove ti senti dire

il mondo ti vede come un disadattato

E non sai se sia vero. Sai benissimo di non essere il principe della socialità. Pensi, banalmente, che si chiuda il cerchio. E invece non è così, perché se fosse chiuso non ci sarebbero margini. Non ci sarebbe quel momento che ti fa sentire in difetto, ti fa pensare. Non saresti in grado di distinguere le sfumature e le intenzioni delle persone. Ti sembrerebbe tutto fatto allo scopo di ferirti, quando magari ti vogliono offrire uno scudo per le malignità. Se facessero gli uomini con il compasso sarebbero così facili ma non funziona così. Per fortuna. 

Nel secondo citato ci sono le lacrime ma il discorso continua

L’ho vista sempre come un’immagine positiva. In fondo la morte è questo, spesso ci coglie così.

E’ la sorpresa, quel momento quando non te l’aspetti. Penso a chi ho perso, per sempre. Mi vengono in mente due persone: Ingrid e mio nonno. In verità lei sta benissimo: è solamente tanto distante da me, sebbene mi abbia lasciato un segno che mi permette di tenerla il più vicino possibile. Sebbene le dedichi molte poesie

Basta una cartolina per sentirsi a NYC, al massimo c'è sempre Letterman

Mio nonno invece è morto, tanto tempo fa. A volte penso di avercela fatta, di aver elaborato il lutto. Invece è un cerchio che non si chiude, mai. Me ne sono reso conto andando ad uno spettacolo, sulla morte. Sulla morte di uomini. Quando meno ce lo si aspettava, in un incidente stradale. Vedere dei miei compagni di università vestiti di nero, di un nero rigoroso e senza appello. Con otto sguardi diversi: chi sofferente, chi nervoso, chi impassibile, chi duro e tanti altri chi. C’è chi ha pianto, perché ha rivisto un famigliare messo in scena. Io non ho pianto, ho pensato molto. Ho parlato con mio nonno, con la foto che porto sempre con me. Perché, come disse mia madre un giorno,

tuo nonno è lì, ti protegge

Mi ha visto un’altra donna. So chi è, cosa fa. Eppure non la conosco. Qualcuno direbbe che non sono tenuto eppure ho un rapporto ondivago con la gerarchia. E’ il principio educatore che mi comanda da sempre, che mi hanno posto davanti. Eppure mi riconosco sempre di meno in questo, cerco di applicarlo dove necessario ed in quel caso punto ad essere l’ultima ruota del carro. Anche perché a tutti piace fare il prim’attore, recitare il monologo, eppure bisogna studiare prima di andare in scena. Ma questo presuppone fatica. Nei luoghi che più m’importano vedo tante prime donne e molti clan. Proprio il clan non riconosce le persone fuori. Allora non ci rendiamo che anche “l’autorità” può avere i nostri momenti di malinconia. E’ lì che mi ha visto un’altra donna. E’ lì che mi è stata a sentire e non credo che sia stato per aspettare il marito, anche perché ha detto due frasi importanti.

  1. Hai un grado di sensibilità diverso dagli altri
  2. Prima o poi piangerai per qualcuno

Ecco il punto, io non piango più per qualcuno. Provo a soffrire per gli ideali, visto che li ritengo più alti di me stesso. Piango perché mi manca la Salernitana (guarda caso un’altra donna), piango perché non capiscono l’Anarchismo, piango perché disonorano il Rugby. Non piango più per me, per gli amici. Per mio nonno. Non ho pianto, non ho voluto guardarlo in faccia. Mio fratello se l’abbracciava morto nell’obitorio. E l’associazione viene facile,

Everybody hurts, everybody cries. Sometimes everything is wrong. Now it’s time to sing alone

E’ tempo di cantare da soli. Lo faccio, provo ad imitare la voce di Micheal (Stipe) e la chitarra di Peter Buck. E’ un modo per rimettere apposto i pensieri, le persone e provarle ad indirizzarle lontano dalle mie cazzate. Non saprei perdonarmi una cosa del genere. Non saprei perdonare il fatto di averli lasciati a rovinarsi, sapendo la fine che potevano fare, senza aver provato a rimetterli in carreggiata. Ecco perché do tanti consigli. Ecco perché mi mancano i R.E.M. Sono morti anche loro. E non ho pianto. Fino all’altro giorno credevo fosse un pregio. Ora non saprei dire se sia un difetto però mi faccio la domanda. E’ quello che conta.

L’anima spaccata. Come Texarkana. Metà in Texas, metà in Arkansas. Alle molte donne che in questi giorni mi hanno fatto pensare

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