ribadire l’etica

oggi c’è chi è arrivato a dire che o, come se fosse un auto-assoluzione, rubavano tutti: ora io sono sconcertato perché se ruba uno è un furto ma se rubano tutti si chiama saccheggio ed è molto più grave quindi dovrebbe destare una riprovazione ancora maggiore; oppure si è parlato di leggi ipocrite o altre cose di questo genere e quindi si è finito per legittimare, in un certo senso, il delitto

Mi permetto di estrapolare una dichiarazione di Piercamillo Davigo rilasciata nel 1997 (la trovate alla fine del filmato, in uno speciale di quattro puntate su Mani Pulite che consiglio) e di mostruosa attualità per cercare di ragionare, a mente fresca, su quanto avvenuto in questi giorni. Chiarisco subito una cosa: non è un post su Berlusconi ma è un post che parte dall’ultima sentenza per ragionare sul potere, l’etica e la cultura.

Cos’è una condanna in primo grado? Dal punto di vista giudiziario è una sentenza non passata in giudicato, quindi per l’art. 27 della Costituzione (parola sconosciuta in altri casi) La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Dal punto di vista politico non è un fatto da poco. Abbiamo il leader, il fondatore e l’anima di un partito di governo che ha, al momento, un cumulo di condanne a 12 anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non è una cosa da poco. Eppure…

Come tutte le sentenze, quella di oggi del tribunale di Milano va rispetta, senza commettere l’errore di confondere il piano giudiziario con quello politico

“senza commettere l’errore di confondere il piano giudiziario con il piano politico”, parola di un esponente del PD che riporta l’opinione della macchina partitica. Li abbiamo distinti, per la gioia del signor Leva. La sua dichiarazione lascia sconcertati. Mi spaventa. Quale legittimità culturale e politica può avere un governo dove uno dei suoi sponsor, ed uso apposta questo vocabolo, ha questi problemi? Ha, a suo carico, diversi processi di cui tre hanno emesso una sentenza di condanna. In quest’ultima sentenza è stato condannato a sette anni per concussione. Che sarebbe questo

Art. 317.
Concussione. (1)

Il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

(1) L’articolo che recitava: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.” è stato così sostituito dall’art. 1, L. 6 novembre 2012, n. 190.

Ho preferito riportare testualmente perché in questi casi serve. Come si fa a restare indifferenti davanti ad una cosa del genere? Personalmente direi: scusate, credo che questa situazione non sia consona al mio ruolo e lascio in attesa che questa storia sia risolta. Qui non è una valutazione politica: è buonsenso, rispetto del ruolo che si ha. Chi ha un ruolo politico, di potere, ha delle responsabilità grandissime e come tale dovrebbe avere grande riguardo di questa responsabilità. Chi siede in un’assemblea politica (figuriamoci poi quelle a Roma) rappresenta i cittadini, lo fa in nome del Popolo Italiano. I Ministri, faccio quest’esempio per evidenziare il principio (naturalmente sono cosciente che Berlusconi NON è ministro), dichiarano:

giuro di essere fedele alla Repubblica

Repubblica il cui testo fondante è la Costituzione, il quale dice (al PRIMO ARTICOLO!) “la sovranità appartiene al popolo”. Chi occupa un ruolo di potere, qualunque esso sia, lo esercita su delega ed in nome del popolo. Non è poco. E’ un peso, una responsabilità, un onore. Come si fa a non comprendere tutto questo? Non avrei questo coraggio, perché non è facile assumersi questa responsabilità per tutta una serie di motivi. E chi lo fa non viene costretto! Chi lo fa sceglie di assumersi onori ed oneri, come in tutte le cose della vita. E ritengo che sia un’onere comprendere quando le tue vicende personali finiscono per dare cattivo lustro al ruolo che assumi. Questa è etica. E’ filosofia, è cultura, è rispetto. Poi ci si può chiedere cos’è il potere. Pasolini ne aveva una sua opinione e credo che qui vada posto il secondo punto della mia riflessione. Qui mi viene in soccorso il sempre efficace Blob che mostra Ferrara che spiega la famosa telefonata, quella per cui è stato condannato (sul “Siamo tutti puttane” sarebbe da rimanere una settimana ma non è cosa). Ascoltatelo da 6:30 fino a 8:37. Pubblico direttamente il filmato perché credo meriti

Ferrara si chiede cos’avrebbe fatto un uomo di potere. Lui non discute, forse convinto della sua idea, ma mi permetto di riflettere in merito. Lui lo fa in siciliano, diciamo così. Poi i siciliani si facciano una loro idea ma visto per la prima volta mi ha sconvolto. Mi è sembrato un avvertimento mafioso, con la gestualità e l’ammiccamento dei mafiosi. Un siciliano non parla così, un siciliano onesto. Un mafioso parla così, lo fa quando va a riscuotere il pizzo. A questo punto mi chiedo: supponiamo che Pasolini, sul potere, dica il vero. Devo pensare che il potere è legittimato ad usare un linguaggio mafioso? Sì, devo pensarlo. A questo punto marco la differenza che c’è tra Pasolini e Ferrara, dunque anche tra me e Ferrara. La differenza fondamentale è che questo modo di ragionare del potere è ingiusto, se non criminale. E lo è perché crea una cultura sbagliata. Non è un caso che nello stesso periodo Pasolini scriva un articolo nel quale chiede addirittura un processo per i capi della Democrazia Cristiana! E lo dice perché quel tipo di esercizio del potere e lo dice nella convinzione che quella cultura del potere ha danneggiato l’Italia, perché molti si convincono che quella visione e quel comportamento siano giusti. E qui torniamo all’etica. Questa è la vera eredità di Berlusconi, questo lascerà ad un paese intero: l’idea che neanche una condanna in primo grado, per giunta per un fatto molto grave, ci obblighi all’assunzione delle responsabilità. Quello che conta è restare lì, magari con la possibilità di cambiare le regole del gioco a proprio vantaggio. Quindi cambiare la legge, come spesso ha fatto. Cioè che tu, al potere, puoi fare tutto e stare sopra la legge e la divisione dei poteri. A questo punto vi regalo un discorso bellissimo di Jorge Lanata, giornalista argentino e grande voce critica del Kircherismo (che, purtroppo, non sta realizzando i propositi di cui parlavo tempo fa). Lo fa in merito alla riforma della giustizia iniziata dalla Presidenta. Lanata dice che nel momento in cui il potere esecutivo cerca di superare i giudici ci si apre alla dittatura. In Italia siamo ben oltre. Berlusconi ha adottato un malcostume (non l’ha ideato, sia ben chiaro, ma ne ha fatto e continua a farne largo uso) ma tutti noi, cittadini, lo stiamo accettando e forse applicando nella vita di tutti i giorni. Disse un saggio

non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me

Diventerò anch’io così? C’è un lato di me che giustifica un tale uso del potere? E soprattutto: cosa farò se e quando avrò un potere? Sono domande che devo pormi adesso, chiedermelo dopo sarebbe troppo tardi.

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scrupolo di coscienza

Sabato sera sono andato a vedere “Donna Rosita Nubile” di Garcia Lorca. Ancora una volta a sconvolgere i miei pensieri ci ha pensato uno spettacolo teatrale.

Ci sono andato per un’amica, per vederla in scena, per farle sentire fiducia attorno. Anche lei, come me, fa a pugni con l’autostima e l’autoironia. Lotta, combatte e forse non lo da a vedere. Perché a questo mondo non va bene essere deboli o mostrare i segni delle corde, delle nocche che ti premono sul volto. E’ l’unica volta in cui mi arrabbio con lei: quando ne leggo la rassegnazione, la tristezza, la convinzione di non meritarsi le cose. A pensarci è la stessa accusa che spesso sento rivolgere nei miei confronti, soprattutto per il terzo punto. Mi faccio troppi scrupoli, guardo attorno le persone e mi rendo conto dell’affetto che sprigionano per me. Un affetto che ritengo troppo alto, forse perché non dimentico. Non mi perdono i torti commessi, soprattutto verso me stesso. Mi sentirò sempre in difetto con gli altri. Anche con Giada: perché non sono riuscito a spiegarle della mia gioia a vederla in scena. Sono riuscito a passare per un rompicoglioni. In fondo le spiegazioni mi riescono di più scrivendo che parlando: ormai anche con la bocca mi sono inceppato. Ma quella è un’altra storia.

“Donna Rosita Nubile”. E’ un meraviglioso affresco al femminile. Un racconto di donne che per amore si sono lasciate distruggere dai loro uomini. Donne spesso costrette ad essere diaboliche per sopravvivere ai sortilegi e alle crudeltà dell’altro sesso. E’ un affresco che sembra ancora più bello, perché figlio della mente di un omosessuale. Però mi guardo attorno e spesso vedo i gay che si circondano delle donne per proprio ego, non perché le considerano veramente importanti nella loro vita. Perché ne assumono il punto di vista esteriore rimanendo chiusi nella corazza di un maschilismo che non è quello comune ma è altrettanto pericoloso. Garcia Lorca non è così banale: lancia comunque un atto d’accusa durissimo alle donne della sua generazione. E lo fa attribuendo alla zia di Rosita una frase splendida

Tacere! Ecco la colpa delle donne di questo paese

Un mese prima che Garcia Lorca venisse ucciso Dolores Ibarruri, la Pasionaria, pronunciò il suo leggendario ¡No pasarán!. Parole durissime, coraggiose. Pronunciate in una Spagna sconvolta e confusa tra il nascente regime franchista ed un governo che, anche per colpe sue, non riuscì a garantire un governo democratico alla sua gente. Un’altra sconfitta. Ancora più crudele, raffrontata alla grinta e al cuore di Dolores.

Perdonaci, Pasionaria

Terribile: come quella alla quale Rosita si sottopone, aspettando un uomo che l’ha tradita. Sapendo il destino alla quale andava incontro. Uscendo dallo spettacolo ho fatto l’errore di tanti: ho assunto il mio punto di vista, non quello delle donne. Un po’ perché non ne sono capace, un po’ perché non ne sono degno. Ho detto una frase che, nella sua banalità, ci sottopone ad un’umiliazione sconvolgente:

Perfino l’uomo più saggio, più sensibile, vale meno della donna più carogna

Qui spesso ho sottolineato quanto le donne siano importanti, quanto rappresentino nella vita (ed è paradossale, pensando al mio status di etero convinto e non praticante). Garcia Lorca ci ricorda che gli uomini, i maschi, sono capaci di gesti orribili. Di essere dei mostri. Ancora una volta ho fatto i conti con questo: anche qui è uno scrupolo di coscienza, un monito. E’ per tenerti in guardia: ricordarti che contemporaneamente a grandi slanci siamo capaci di fare il male. Saperlo, averlo sempre a mente, un po’ ti aiuta e un po’ ti rovina. Ed è lì la grande sfida: saper mediare con se stessi senza distruggere gli altri.

Ho letto un giorno una bellissima definizione dell’amore: l’amore è sacrificio. Amedeo ha sacrificato tutto per me. Ha rinunciato alla sua patria, alla sua lingua, alla sua cultura, al suo nome e alla sua memoria. Ha fatto di tutto per rendermi felice. Ha imparato l’italiano per me, ha amato la cucina italiana per me, si è fatto chiamare Amedeo, in breve è diventato un italiano per avvicinarsi a me.

In “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” di Amara Lakhous (libro e autore che consiglio) c’è questa bellissima frase. Condividerla e metterla lì è il modo migliore per compensare le lacrime, la sofferenza che provo. Mi piace aiutare gli altri ma mi rendo conto che il mio essere in difetto è dato proprio da questo: aiuto ma non sacrifico niente. Non rischio niente di me stesso. Non sono un pessimo attore: sono un pessimo trapezista. Mi rifugio dentro un circo con la corda sotto quando non mi serve. Un’altra sconfitta

Alle molte donne che in questi giorni mi hanno fatto pensare.