rielaborare il lutto

Un confidential più stretto del solito

Ne avevo già parlato: era stato il mio momento 2011. Non perché mi riguardasse direttamente, eppure era una parte di me. Come potrei negare che i R.E.M., ancora oggi il mio gruppo preferito, non mi abbiano accompagnato in passato? Negherei me stesso e non sono in vena, più, di questi esercizi. Resto fortemente autocritico, faccio a pugni con l’autoironia e l’autostima ma non nego di esserci. Nelle precedenti parole emergevano due frasi che dalle quali vorrei partire

  1. a cominciare da canzoni come “At My Most Beautiful”
  2. Senza lasciarci piangere

Partiamo da “At My Most Beautiful”. Che comincia così

I’ve found a way, a way to make you smile

E poi continua parlando di cattive poesie, di occhi chiusi, di ascolto. Tutte cose che tornano in questo presente. Cattive poesie che scrivo, occhi chiusi che tengo quando tiro la penna (tiro nel senso di tirare, come un tiro di sigaretta). Di ascolto e di visione degli altri. Di un’attenzione quasi morbosa, connessa ad un grado di cinismo che non voglio. Prego continuamente quella parte civile di me affinché “cinismo vade retro”. Non siamo portati ad ascoltare, anche perché il confronto spesso ci mette in difetto. Il confronto non si può studiare a tavolino e dunque non sai mai cosa ti possono dire. Le parole giuste, in momenti del genere, sono ben lontani da noi. E’ il segno della sorpresa, dell’emozione, dello stupore. Che in un attimo ci può colpire e ci fa rendere conto di quanto la nostra malinconia è sempre relativa. E’ forte, fa male, ma è relativa. Proprio perché relativa va affrontata nella maniera giusta, con autoironia e tranquillità. E non rassegnazione, stiamo attenti alle sfumature. Anche perché, da un giorno all’altro, sorpreso nella notte, puoi passare dall’altra parte della barricata. A dover consolare qualcuno, a dargli un segno che tu ci sei. E la tua malinconia te la tieni da parte, magari la porti sempre in faccia, ma fai di tutto per far sorridere gli altri.

Mona Lisa Smile

Nel mezzo ci sono altre storie, magari non di malinconia. Sono amori sofferti, negati a se stessi perché si ha paura del rifiuto. E’ un modo dove la solidarietà è sempre più lontana da noi, dove non sai chi hai accanto, dove è facile fidarsi delle persone sbagliate. Dove ti senti dire

il mondo ti vede come un disadattato

E non sai se sia vero. Sai benissimo di non essere il principe della socialità. Pensi, banalmente, che si chiuda il cerchio. E invece non è così, perché se fosse chiuso non ci sarebbero margini. Non ci sarebbe quel momento che ti fa sentire in difetto, ti fa pensare. Non saresti in grado di distinguere le sfumature e le intenzioni delle persone. Ti sembrerebbe tutto fatto allo scopo di ferirti, quando magari ti vogliono offrire uno scudo per le malignità. Se facessero gli uomini con il compasso sarebbero così facili ma non funziona così. Per fortuna. 

Nel secondo citato ci sono le lacrime ma il discorso continua

L’ho vista sempre come un’immagine positiva. In fondo la morte è questo, spesso ci coglie così.

E’ la sorpresa, quel momento quando non te l’aspetti. Penso a chi ho perso, per sempre. Mi vengono in mente due persone: Ingrid e mio nonno. In verità lei sta benissimo: è solamente tanto distante da me, sebbene mi abbia lasciato un segno che mi permette di tenerla il più vicino possibile. Sebbene le dedichi molte poesie

Basta una cartolina per sentirsi a NYC, al massimo c'è sempre Letterman

Mio nonno invece è morto, tanto tempo fa. A volte penso di avercela fatta, di aver elaborato il lutto. Invece è un cerchio che non si chiude, mai. Me ne sono reso conto andando ad uno spettacolo, sulla morte. Sulla morte di uomini. Quando meno ce lo si aspettava, in un incidente stradale. Vedere dei miei compagni di università vestiti di nero, di un nero rigoroso e senza appello. Con otto sguardi diversi: chi sofferente, chi nervoso, chi impassibile, chi duro e tanti altri chi. C’è chi ha pianto, perché ha rivisto un famigliare messo in scena. Io non ho pianto, ho pensato molto. Ho parlato con mio nonno, con la foto che porto sempre con me. Perché, come disse mia madre un giorno,

tuo nonno è lì, ti protegge

Mi ha visto un’altra donna. So chi è, cosa fa. Eppure non la conosco. Qualcuno direbbe che non sono tenuto eppure ho un rapporto ondivago con la gerarchia. E’ il principio educatore che mi comanda da sempre, che mi hanno posto davanti. Eppure mi riconosco sempre di meno in questo, cerco di applicarlo dove necessario ed in quel caso punto ad essere l’ultima ruota del carro. Anche perché a tutti piace fare il prim’attore, recitare il monologo, eppure bisogna studiare prima di andare in scena. Ma questo presuppone fatica. Nei luoghi che più m’importano vedo tante prime donne e molti clan. Proprio il clan non riconosce le persone fuori. Allora non ci rendiamo che anche “l’autorità” può avere i nostri momenti di malinconia. E’ lì che mi ha visto un’altra donna. E’ lì che mi è stata a sentire e non credo che sia stato per aspettare il marito, anche perché ha detto due frasi importanti.

  1. Hai un grado di sensibilità diverso dagli altri
  2. Prima o poi piangerai per qualcuno

Ecco il punto, io non piango più per qualcuno. Provo a soffrire per gli ideali, visto che li ritengo più alti di me stesso. Piango perché mi manca la Salernitana (guarda caso un’altra donna), piango perché non capiscono l’Anarchismo, piango perché disonorano il Rugby. Non piango più per me, per gli amici. Per mio nonno. Non ho pianto, non ho voluto guardarlo in faccia. Mio fratello se l’abbracciava morto nell’obitorio. E l’associazione viene facile,

Everybody hurts, everybody cries. Sometimes everything is wrong. Now it’s time to sing alone

E’ tempo di cantare da soli. Lo faccio, provo ad imitare la voce di Micheal (Stipe) e la chitarra di Peter Buck. E’ un modo per rimettere apposto i pensieri, le persone e provarle ad indirizzarle lontano dalle mie cazzate. Non saprei perdonarmi una cosa del genere. Non saprei perdonare il fatto di averli lasciati a rovinarsi, sapendo la fine che potevano fare, senza aver provato a rimetterli in carreggiata. Ecco perché do tanti consigli. Ecco perché mi mancano i R.E.M. Sono morti anche loro. E non ho pianto. Fino all’altro giorno credevo fosse un pregio. Ora non saprei dire se sia un difetto però mi faccio la domanda. E’ quello che conta.

L’anima spaccata. Come Texarkana. Metà in Texas, metà in Arkansas. Alle molte donne che in questi giorni mi hanno fatto pensare

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il senso di un anno

E’ finito, un altro anno. Sono accadute tante cose ma quest’anno non farò una top 10. Concentrerò l’anno su una notizia, una sola, di cui non ho parlato e sulla quale poco ho riflettuto ma è giusto che ci dedichi qualche parola. Adesso, nel tempo perfetto dei bilanci.

Chi mi conosce sa bene l’amore che provo verso i R.E.M., ricambiato nel tempo. Tutto è cominciato con “Bad Day“, avevo 14 anni. Era stata inserita in “In Time”, raccolta che raccontava la seconda era del gruppo: quella del passaggio ad una Major, la Warner. Un’epoca dorata, piena di successi e anche di qualche passo falso. Andata avanti anche dopo che il cane ha perso una zampa (immagine di Micheal Stipe dopo l’addio di Bill Berry).
Adoravo, ed adoro, “Bad Bay” ed ho consumato quella raccolta (a cominciare da canzoni come “At My Most Beautiful”). Passò un annetto, arrivò “Around The Sun”. Non ci trovai quello che c’era prima ma io ancora non potevo saperlo. Era qualcosa di diverso ma mi piacque comunque, capii che si poteva amare un gruppo. Amarlo davvero, accettando che non si può essere perfetti (ad oggi direi che è un disco discreto, alternato tra grandi canzoni e passi falsi). Consumai anche quello: da allora partì il mio percorso a ritroso, alla ricerca del passato. Della storia e della comprensione. Con il tempo ho trovato tutti i dischi e ho trovato il mio preferito (il sottovalutato “Fables of the Reconstruction”). Il tuo gruppo preferito ti ha accompagnato in molti momenti, molte canzoni ti sono rimaste dentro e si sono fermate. Certo, la lista di chi ci è riuscito è lunga ma nessuno può dire di esserci riuscito come loro. Nel frattempo ci sono stati altri due album di studio (ed altre robe che per la verità ho considerato di meno), consumati anch’essi con risvolti e pensieri diversi. Sapevo che non avrebbero fatto un tour, lo dissero subito ma chi poteva immaginarselo. Ed invece, un giorno di Settembre saltano fuori con l’altra faccia della verità: è finita. Si sono sciolti, lasciandoci una raccolta come commiato (che non ho ancora comprato). Sottovoce, sottotraccia. Uscendo dalla quinta senza prendersi il grande applauso. Senza lasciarci piangere. L’ho vista sempre come un’immagine positiva. In fondo la morte è questo, spesso ci coglie così. Sapere che anche il loro addio mi ha insegnato qualcosa è importantissimo per me: è il segno che ho riposto il mio amore, la mia fiducia (in senso musicale), nelle persone giuste.

ho fatto bene a fidarmi di voi

Concludo con due cose: la prima, inevitabilmente, con una canzone. Una delle più belle che hanno scritto. Molto importante per tanti motivi (è tratta dall’ultimo disco “a 4 gambe”, scritta con la grande ispiratrice di Micheal: Patti Smith) ed è “E-Bow the Letter”. La seconda è la mia immagine, il mio volto mentre metto “In Time” nel lettore CD e lo distruggo a furia di ascoltarlo e di riascoltarlo. Fissando nella mia mente le parole. Qualcuna la ricordo ancora, segno che non ho mai dimenticato quei momenti. E dire che non erano affatto giorni felici, dovevo cambiare ancora molto. Dovevano ancora arrivare i giorni più brutti della mia vita. Mi sarei salvato anche ascoltando i R.E.M., magari chiudendomi in Camera.