io sto con Rachida

Visto che la provocazione c’è già nel titolo facciamo le cose semi-serie: questo è un post su Masterchef, sulle dinamiche televisive e sul modo di pensare di certa Italia.

Parto da alcune frasi, dette da uno dei responsabili della produzione della prima edizione. Lo ascoltai in Università, in occasione di una lezione alla quale era stato invitato come relatore:

Inizialmente Cracco faticava a comprendere i ritmi televisivi: parlava tantissimo ed era molto lento. Per riuscire a rendere più dinamico il personaggio abbiamo giocato sui silenzi

Quando si vedono i concorrenti correre e dimenarsi durante le prove mentre, ad esempio, Bastianich fa il count-down per la Mistery Box, non vuol dire che in quel preciso istante stavano facendo quella cosa: è un modo per rendere un’atmosfera. Magari quel momento risale a qualche minuto dopo ma, in montaggio, stava bene dopo le parole di Bastianich

Alcuni meccanismi, come il ripescaggio del concorrente durante le selezioni, sono previsti nel format

Cosa vuol dire tutto questo? Che è tutto finto, perfino l’immagine del bel tenebroso Cracco? No, vuol dire un’altra cosa: i meccanismi televisivi sono diversi da quelli relazionali. Il montaggio nella vita reale non si può fare, in TV (ma anche al cinema) sì. Dal punto di vista “cinematografico” è una banalità estrema, si ribadisce la validità dell’effetto Kulešov.

Dal punto di vista del pubblico non è così banale od ovvio. In TV non sono ammessi i momenti ordinari o semplicemente di pausa che tutti noi viviamo nella nostra vita comune. Tutto dev’essere a cento all’ora. Anche il silenzio di Cracco è tale: magari uno sguardo lungo, penetrante ed attento in TV diventa un’espressione algida da villain. Guardandolo in TV non vado matto per Cracco (probabilmente è invidia perché non piaccio alle donne come lui) ma m’ispira simpatia Barbieri, anche per come si veste. E’ normale. Ma questo non mi autorizza a parlar male di Cracco, come uomo e come chef. E questo non m’autorizza ad esaltare Barbieri, come uomo e come chef. Sono persone che, nel loro ambito, hanno guadagnato rispetto e consensi (con merito, i suppose) e fanno un programma televisivo. Un talent, per la precisione. Ed il talent, come il reality e come molte altre categorie di programmi, hanno bisogno di personaggi: il pubblico si nutre di essi, ne ha un bisogno famelico. Altrimenti semplicemente cambia canale (e non perché la fotografia è migliore di quella della pubblicità). A questo punto torniamo al punto di partenza: perché sto con Rachida? Perché probabilmente non è così piagnucolona e cattiva come la si dipinge sui social network, basta guardare le foto sulla pagina ufficiale Facebook di Masterchef per capirlo. Quel “sgridami” invocato a Joe Bastianich è difficile da digerire, da accettare. A me non è parso servilismo ma qualcos’altro. Personalmente c’ho visto un’immagine “patriarcale” della società, dove le donne contano nulla e solo nel rimprovero del maschio alfa trovano una soddisfazione, una forza. Sì: sto facendo sociologia e lotta di classe applicata a Masterchef. Probabilmente è semplicemente insicurezza, dettata da tanti fattori che non conosco e non credo siano emersi dal programma. Non è un caso che il piatto migliore sia stato quello fatto a casa, nella propria cucina: nel luogo dove, normalmente, ci si sente più sicuri e si è in grado di esprimere amore. Perché su un dato Cracco ha ragione: la cucina è soprattutto amore (infatti io, che non so amare, sono un pessimo cuoco). Ma l’amore vende fino ad un certo punto, la guerra invece vende sempre: è un business che non va mai in crisi. Dunque è meglio una marocchina che piange per motivi sconosciuti, a tal punto da sembrare una devota del chiagni e fotti. Dunque sono meglio una gemmologa (non sapevo esistesse un lavoro così!) ed una studentessa che s’accusano reciprocamente di copiare. Dunque è meglio una signora d’Isernia (è ufficiale: il Molise esiste!) “innamorata” di Barbieri. Tutte queste cose possono essere vere, come fasulle, ma sono un programma TV! Valgono fino ad un certo punto. Eppure ci scateniamo, a tal punto da diventare cattivi, malfidenti (gomblotto!) perfino razzisti (sissignori, razzisti!), per colpa di chi? Di un sistema, accettato e voluto da noi, che vuole i personaggi, che ha bisogno di prendere alcune caratteristiche di noi per ingigantirle e renderle appetibili ai nostri occhi di onnivori della TV. Forse qui sta il punto: Masterchef cambia in base a ciò che la nazione vuole. Gli italiani vogliono la rissa, il mostro sbattuto in prima pagina, la possibilità di pensare alla cospirazione. Perché questo siamo diventati. E come dice, saggiamente, il piccolo Pif che a Carnevale fa Giulio Andreotti

il popolo sbaglia spesso, tranne in cabina elettorale

E’ un programma TV ma è soprattutto un ritratto arci-italiano. Ed è molto triste. Guarderò comunque Masterchef, forse dovrei smettere di guardare gli insulti a Rachida, a tanti altri, e sorridere di Alberto. E a sognare, un giorno, di poter assaggiare un piatto fatto da un concorrente. Allora sì che potrò parlare dei piatti: perché guardo edizioni su edizioni, di mezzo mondo, ma non ho capito ancora un cazzo di come s’impiatta! Lancio un may-day: esiste un decalogo? Se sì, me lo potreste regalare?

Bruno, mi spiace: io sarò banale ma sono un uomo da mappazzone. Per me niente grembiule