il turista

Poche notti fa ho sognato questo. Non chiedetemi come sia stato possibile, sono stato una volta sola a Roma. Mi scuso subito con tutti i romani, per i pregiudizi che potrebbero cogliere da questo racconto.

Mi venne a prendere alla stazione Tiburtina, non avevo i soldi per prendere un FrecciaRossa che mi portasse a Roma Termini. Era contenta di questo dettaglio, quando la chiamai per dirglielo, perché era più vicina a casa sua. Dalla voce non sapevo come immaginarmela, però mi colpì il fatto che non avesse una cadenza marcata. Siamo abituati male, associamo troppo facilmente Roma a certi personaggi da macchietta usciti dai film di Carlo Verdone, ad un modo di parlare tipico dei conduttori o di certi giornalisti RAI. Probabilmente esiste anche una Roma timida, che non si vergogna di sé ma non ostenta cosciente del fatto che la propria città ha già tanto da far vedere. Non c’è bisogno che i suoi abitanti si comportino come se indossassero dei vestiti lampeggianti. Fu lei a riconoscermi, Carola. Portava i capelli molto lunghi, fino a sotto le spalle. Era bassina ma non minuta, con le curve apposto. Mi porse un casco e mi disse di reggersi forte a lei. Guidò la sua Vespa con molta sicurezza e spavalderia. Le strade non sono come le vedeva Audrey Hepburn: sono giungle d’asfalto dove le regole non esistono, dove vige la legge del più forte. E’ meno palese ma questa regola vale anche su, al Nord, dove abito io. Siamo tutti meridionali di qualcuno e siamo tutti uguali. Lasciai la valigia a casa sua e cominciammo a girare per la città: non scendevamo a far tappe, ogni tanto mi diceva dove stare attento e aguzzare l’occhio. Non passammo dal Colosseo o dal Vaticano. Non ammirai la Cappella Sistina. Ammirai gli ambulanti di Piazza Vittorio, i casermoni di San Basilio, il Palazzo delle Esposizioni all’EUR, passammo da Ponte Milvio ma non per i lucchetti: voleva mostrarmi la sua lazialità. Era laziale ma non credevo che potesse interessarsi al calcio. Infatti mi smentì: e mica c’è solo la Lazio che vedi in TV! Siamo una polisportiva. Così scoprì il suo lavoro. In tutto questo viaggio la tenevo sempre stretta forte, non se ne curava ma io mi aggrappavo a lei con grande forza. Ogni minuto di più m’innamoravo di Roma. Ad un certo punto si fermò. Eravamo davanti al Cannone del Gianicolo. Mi disse di scendere. Scesi giù. Guardai la città, era stupenda. Mi disse: “ecco, ora hai la cartolina. Ora puoi fare il turista”. Aveva capito che avevo trovato assurdo il suo percorso e voleva darmi il contentino: mi girai a guardarla e le presi la mano. Eravamo vicini. “Come sei bella Roma”. Ma non guardavo la cartolina: ero nei suoi occhi. Lei mi aveva mostrato Roma, la sua Roma. Ed io mi ero innamorato di Roma, di lei. L’ho baciata. Sì, dietro c’era la cartolina ma chissenefrega: era solo un disegno, non era la città che avevo conosciuto e stavo amando. Non ho mai sentito dire di una città che ansima e fa l’amore. Non è accaduto perché ho fatto l’amore con una ragazza, non con Roma. Con una ragazza con una sua visione del mondo. Questo è ciò che importa davvero: amare qualcuno per quel che pensa e rappresenta di sé, delle cose, della vita.

Perché chi scrive storie ha sempre bisogno di giudici